giovedì

BASKIN: LA DISCRIMINAZIONE CHE INTEGRA


Cosa succede se le abilità tecniche e atletiche di un giocatore di basket vengono codificate? Del tipo che a un giocatore completo viene affidata la maglia col ruolo 5 e a chi ha una grave disabilità quella con il ruolo 1? Dimmi quanto sei bravo e ti darò un ruolo, anzi prima (io allenatore) ti vedo all'opera e poi ti assegno il numero che indica le tue... possibilità. Non si era detto abilità? Nel baskin le due cose non vanno di pari passo. Chi ha buone abilità fisico-tecniche avrà, per contro, più impedimenti per andare a segno, gli toccherà il canestro a 3 metri di altezza e tutti gli altri ruoli potranno contrastarlo, mentre lui potrà contrastare solo il suo pari ruolo. Niente a che vedere con chi ha ruolo 3, possiede minori capacità e proprio per questo può andare al tiro sul canestro posto sul lato lungo, quello a 2 metri di altezza, come su quello posto sul lato corto (a 3). Per quanto riguarda l'opposizione il ruolo 3 può farla ai 3, 4 e 5, mentre solo i ruoli 3 e 2 possono contrastarlo. Insomma, le regole sono fatte apposta per creare un equilibrio tra le fatiche dei giocatori, chi ne fa meno sul piano psico-fisico si ritrova a farne di più su quello del gioco.

E come fanno a tirare i giocatori con grave disabilità motoria, costretti in carrozzina e aventi scarso uso delle braccia? Loro entrano in gioco soltanto se la palla rimbalza nell'area laterale, a quel punto l'azione si ferma e il numero 1 tenta la realizzazione nel canestro basso, a 1 metro d'altezza, utilizzando una pallina piccola.



Troppo complicato? "Niente affatto" mi spiega Alexy Valet, francese, docente ed esperto di attività fisiche applicate, allenatore e promotore di baskin (che sta per basket inclusivo) per la società Gioissa-oratorio S.Carlo di Rho, Milano. "I ragazzi della scuola media dove propongo i laboratori nel giro di un'ora sono in grado di giocarci".
"Ma non è considerato disonorevole dai ragazzi indossare una maglia con numeri bassi?"
"L'allenatore deve fare un buon lavoro preparatorio" continua Alexy, "si tratta di riconoscere abilità e assegnare vincoli. In realtà il rischio è anche che chi è più completo spinga per avere ruoli inferiori in modo da poter andare a canestro più facilmente. E' un'operazione di responsabilizzazione...".
Sembra di veder messe sul campo le categorie di fragilità e vulnerabilità, i numeri 1 incarnano la prima, i 5 si sottopongono alla seconda.

E' forte la sorpresa davanti a un giocatore con grave disabilità che decide la partita con un canestro a pochi secondi dalla fine, ma questa è proprio la meraviglia di questo sport.
Il baskin nasce a Cremona nel 2001-2, nella scuola media Virgilio, inventato da un professore di educazione fisica e da un padre di una ragazzina con importante disabilità motoria. Si sta diffondendo su tutto il territorio italiano, tanto che nel 2013 è stato realizzato il primo campionato nazionale. "Alcune squadre stanno nascendo anche all'estero, in Francia, in Grecia, in Spagna e in Polonia."

"Si può crescere di livello (imparando meglio i fondamentali per esempio) e passare ad un ruolo più alto, così come scendere a ruoli inferiori in seguito ad infortuni o incidenti." L'abilità fisica e mentale negli uomini non è mai uno stato definitivo, il baskin codifica queste variazioni e le identifica in un ruolo.
La cosa più sorprendente è questa: l'unico sport che riesce a far giocare insieme persone, ovviamente anche di genere diverso, con differenti capacità di gioco, lo fa partendo da un atto discriminatorio. Le regole non sono uguali per tutti ma tutti lo sanno da subito e proprio questo permette di presidiare il principio dell'inclusione, che non diventa assistenza caritatevole del più forte verso il più debole perché ognuno nel suo ruolo può dare il massimo, ci pensano le regole a generare una competizione vera.

L'unicità del baskin, poi, è già finita, sostiene Alexy. La strada per gli sport di integrazione è aperta, si tratta di lavorare (e altre proposte sono già nate) con la creatività per far nascere nuovi regolamenti, varianti del calcio, del volley e di chissà quali altre discipline.

IL TCHOUKBALL E' LO SPORT EDUCATIVO PER ECCELLENZA?


Quella del titolo è una domanda eterna, nel senso che molti degli sport moderni sono nati con finalità dichiaratamente educative, unite a quelle di divertimento dei protagonisti. Educare giocando, un principio pedagogico che ha radicamento lontano nel tempo, di sicuro già nell'antica Grecia, e che nell'ultimo secolo e mezzo ha fatto nascere nei college inglesi e americani sport come il rugby, il football, il volley e il basket. E allora la questione diventa: c'è uno sport "che fa crescere meglio i ragazzi, che li educa meglio"?

Iniziamo intanto a dire che cos'è questo sport che nel nome evoca le enoteche ma che invece richiede grande lucidità e dinamismo. Assomiglia alla palla mano, perché si gioca con le mani e bisogna centrare una porta. No assomiglia di più alla pallavolo perché la palla non può mai toccar terra e non si possono fare più di tre passaggi. In realtà c'è qualcosa del tennis, dal momento che bisogna mettere in difficoltà l'avversario, utilizzando il rimbalzo della palla nel campo, e non si entra mai in contatto lui. Anzi meglio ancora, ci sono somiglianze con lo squash, dato che è previsto il rimbalzo contro una superficie (la rete elastica della porta) e non esiste la territorialità (si può attaccare in una qualunque delle due porte).


Stiamo parlando del tchoukball, sport introdotto in Italia sul finire degli anni '90 da Chiara Volonté, insegnante di educazione fisica di Saronno (intervistata dal blog), ma inventato in Svizzera, più di 4o anni fa (http://it.wikipedia.org/wiki/Tchoukball ; http://www.youtchouk.com/) dal dottor Brandt, fisioterapista specializzato nel trattamento degli infortuni di atleti del volley o della pallamano col preciso intento di limitarne il numero. Evidentemente voleva cambiare mestiere, probabilmente aveva in mente alcuni obiettivi educativi da raggiungere. 
Ma quali? Perché in questo sport sono così importanti la Carta etica, e i principi del fairplay e del bel gioco, e riescono a tradursi in pratica nel gioco, a differenza di altre discipline sportive? L'assenza di contrasto riduce l'aggressività fisica verso gli avversari? E' probabile, in questo come nella pallavolo, nel tennis e ancora di più nello squash, come detto sopra. In più c'è l'assenza di territorialità, come peraltro nello squash, per cui non c'è un baluardo da difendere a tutti i costi, o meglio, non è sempre lo stesso e a volte diventa quello dell'avversario e anche questo contribuisce a far calare l'aggressività.

Può bastare? Non credo...

Eccola qua la sua peculiarità: due squadre che si muovono liberamente su di un campo grande come uno da basket, che si sfiorano in continuazione perché corrono dietro alla palla e verso una porta (una, non si sa quale), facendo grande attenzione a non ostacolarsi. Quindi grande attenzione ai corpi degli avversari ma non per bloccarli bensì per evitarli, sia per evitare il fallo, che per capire dove andranno ad attaccare e intuire dove andrà a finire il rimbalzo della palla conseguente al loro tiro. Il principio è: "A me interessa intercettare il tuo tiro dopo il rimbalzo, non impedirtelo!"

E' uno sport di attenzione, precisione e tensione nervosa, la mediazione del rimbalzo contro la rete annulla la conflittualità fisica con l'avversario (le espulsioni sono in pratica inesistenti) e le occasioni di sofferenza per gli impatti tra corpi. Ci si tocca poco, ci osserva molto, soprattutto con la coda dell'occhio e la vista periferica.



La forza educativa del tchoukball allora non sta tanto nelle sue regole, a mio avviso, ma nel modo in cui sono state sfruttate le potenzialità di queste regole. Per esempio l'assenza del contrasto permette di far giocar insieme atleti con capacità fisiche diverse. Ragion per cui maschi e femmine fanno sempre squadra mista, la quota rosa è obbligatoria in tutti i campionati europei (unico sport, che mi risulti), se non hai ragazze in squadra giochi con uno in meno. Chi ha una disabilità psichica spesso riesce a giocare insiema a chi non ce l'ha, mentre alcuni tentativi sono stati fatti per fare partite in cui i disabili fisici (in carrozzina), in determinati ruoli (a centrocampo), giocano a fianco dei non disabili.


Poi c'è la questione della CARTA ETICA, che risponde al principio "le attività motorie sportive non servono per creare campioni ma cittadini migliori", da cui conseguono corollari come "non si gioca contro ma si gioca con l'avversario", "il bel gioco richiama il bel gioco", e pratiche quali l'auto denuncia (come peraltro in altri sport) di un tocco a proprio discapito, di fronte alle quali il pubblico acclama il giocatore. L'esempio poi viene citato da chi allena i ragazzi, soprattutto se l'episodio avviene in una fase calda della partita.

E infine, come nel rugby, esiste anche nel tchoukball un tempo, il quarto, in cui si mangia e beve assieme.

Sport di collaborazione e di attenzione, di velocità e di prontezza, ma soprattutto un mondo che è cresciuto attorno a questo sport, cioè federazioni, allenatori, società e famiglie, che hanno valorizzato le potenzialità di questo gioco nella direzione dell'integrazione e del fairplay. Mica male per uno sport da ciuk. Riuscirà a conservarsi così se dovesse diventare un business? Lo scopriremo col tempo, i presupposti ora sono buoni.

venerdì

Mi dicono: "c'entra poco la pedagogia con la politica"

Schema articolo mese di marzo
Introduzione e immagine

Ogni mese il gruppo Facebook  "Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti" (link del gruppo)  propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto. Una volta raccolti, quest'ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici. (link del sito)

 Il tema del mese di febbraio: pedagogia e politica 

"La cura della polis attraverso le pratiche di accudimento sociali. Una dimensione politica dell'educazione che esiste, anche se il termine politica, oggi si confonde troppo spesso con "partito" e può spaventare. Politica ed educazione, invece: due facce della stessa medaglia. Perché se le pratiche educative non diventano cura dei territori e costruzioni di reti di significati sociali, l'educazione perde in partenza la sua sfida. Un'educazione che non ha bisogno dell'aggettivo "civica" per essere sostanziata. Perché educare è già un atto civico. L'educazione tras-forma l'umanità in cittadinanza".

Un tema che va oltre le classiche figure educative e che contempla chi nella società cresce, vive e in questa vede un'occasione da lasciare come eredità alle nuove generazioni.

Inoltre, Snodi Pedagogici, tiene a precisare che il percorso dei blogging day non è casuale, ma facente parte di un progetto culturale più ampio. Quest'ultimo si sta lentamente concretizzando e appena avremo alcune conferme ne daremo l'annuncio, chiedendo a chi ha partecipato fin dal primo se è d'accordo a prendervi parte.
Buona lettura.

#PEDAGOGIAEPOLITICA – Titolo del contributo, nome autore.

Articolo

Foto e piccola bio dell’autore, possibilmente con un link di riferimento (al suo blog, a facebook o twitter).

Tutti i contributi su #pedagogiaepolitica verranno raccolti qui. (link dal sito di snodi)
 I blog che partecipano:

Il Piccolo Doge
 Ponti e Derive
 La Bottega della Pedagogista
 Allenareducare
 Nessi Pedagogici
 E di Educazione
 Bivio Pedagogico
 InDialogo
 Labirinti Pedagogici
 Trafantasiapensieroazione

Inviato anche per mailOgni mese il gruppo Facebook "Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti" (link del gruppo) propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto. Una volta raccolti, quest'ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici http://snodipedagogici.wix.com/onweb

Il tema del mese di marzo: pedagogia e politica
"La cura della polis attraverso le pratiche di accudimento sociali. Una dimensione politica dell'educazione che esiste, anche se il termine politica, oggi si confonde troppo spesso con "partito" e può spaventare. Politica ed educazione, invece: due facce della stessa medaglia. Perché se le pratiche educative non diventano cura dei territori e costruzioni di reti di significati sociali, l'educazione perde in partenza la sua sfida. Un'educazione che non ha bisogno dell'aggettivo "civica" per essere sostanziata. Perché educare è già un atto civico. L'educazione tras-forma l'umanità in cittadinanza".
Un tema che va oltre le classiche figure educative e che contempla chi nella società cresce, vive e in questa vede un'occasione da lasciare come eredità alle nuove generazioni.
Inoltre, Snodi Pedagogici, tiene a precisare che il percorso dei blogging day non è casuale, ma facente parte di un progetto culturale più ampio. Quest'ultimo si sta lentamente concretizzando e appena avremo alcune conferme ne daremo l'annuncio, chiedendo a chi ha partecipato fin dal primo se è d'accordo a prendervi parte.
Buona lettura.
 
‪#‎PEDAGOGIAEPOLITICA‬Mi dicono: "c'entra poco la pedagogia con la politica , di Monica Lina D'Alessandro
 
Qualche giorno fa ho chiesto ad un collega se se la sentiva di scrivere qualcosa riguardo alla pedagogia e alla politica per partecipare al nostro “blogging day”. Dopo aver voluto sapere a riguardo, mi sorride un po' dubbioso e mi dice “c'entra un po' poco la pedagogia con la politica o per lo meno poco dovrebbe entrarci”.
Ci ho pensato e dopo qualche giorno sto provando a esprimere quanto quella frase mi ha provocato; e provo a farlo senza giudizio, elencando solo ricordi e ponendo magari qualche domanda. Non ve la voglio fare lunga, ma si sono mischiate le esperienze più recenti con quelle più lontane nel tempo; il denominatore comune, come gli interventi politici potessero o no far “resistere o morire” alcuni progetti educativi. Insomma quanto le risorse, amministrate dalla polis e da chi questa governa, possano determinare e coinvolgere o “sconvolgere” la vita, i bisogni e le aspettative di chi ne usufruisce.

Ho pensato a quando recentemente mi sono trovata a sentire la fatica del “poter e dover riuscire” nella gestione educativa di un servizio per la prima infanzia, pensare in termini pedagogici con la famiglia, quanto sia importante il tempo passato con i più piccoli e di come questo tempo debba essere ritagliato dai più grandi, a volte con qualche sacrifico; insomma se l'orario dell'asilo nido è stato stabilito dal regolamento comunale, da tempo, che termina alle 18, perché io genitore ho la necessità “quasi imprescindibile” di chiedere un prolungamento d'orario al fine di “stare tranquillo, poiché così mio figlio o mia figlia, sta con la solita persona e non “viene sballottato da nonni, parenti, etc, nella fortunata ipotesi in cui siano presenti”? Se poi davvero questo accade...perché un educatore, in qualunque servizio lavori non può stare lì 12 ore...e io, comune, attraverso chi gestisce l'asilo prolungo l'orario, c'è la flessibilità oraria del lavoratore, da entrambe le parti mi viene da suggerire, dunque la soluzione si trova. E perdonate, un po' “in barba” al lavoro di accompagnamento educativo sui tempi e la cura famigliare; tanto poi propongo laboratori al sabato mattina tra genitori e figli...

Ricordo un'esperienza forte dal punto di vista del coinvolgimento progettuale; in un piccolo paese del varesotto, in cui ho lavorato anni fa, era sorta una “ludoteca”; uno spazio per il gioco e l'aggregazione. Eravamo in tre a lavorare lì, suddivise in turni e spazi differenti e al nostro fianco alcuni volontari capaci e ingegnosi. A sostegno un'amministrazione che ogni anno stringeva i denti e cercava il modo di non “mollare” quel servizio, convinta di quanto fosse “prevenzione”. Una resistenza che ho scoperto esserci ancora, dopo oltre otto anni da quando me ne andai per trasferirmi altrove...e ancora nelle mani di un'amministrazione che non ha né delegato, né chiuso quanto aveva iniziato. Ora la ludoteca è più grande in un unico stabile insieme alla biblioteca comunale. E a fare da educatrice/animatrice una delle bambine che venivano a giocare.

E quando termina il tempo da dedicare a una terapia in corso, quando i 20 incontri con lo psicoterapeuta sono finiti, io famiglia cosa scelgo di fare? Passo ad un altro servizio(e chissà quanta lista d'attesa devo prevedere perché si attivi al più presto) e così per i prossimi venti incontri o, decido che sacrifico qualcosa in termini economici e continuo la terapia di mio figlio, magari con meno incontri, ma con lo stesso terapeuta con cui ha instaurato un rapporto di fiducia? Perché forse dopo i venti incontri si “è guariti”? Questo mi suggerisce l'intervento “legislativo” ed economico della polis...potrei anche rischiare, e non proseguire “la cura” e chissà, oltre al disagio, è possibile o no, che ritorni sulla comunità, in qualche modo, questa “prassi” mancata...magari sotto forma di comunità di recupero o carcere. Chissà...

Niente giudizi ripeto, solo domande. Mi piacerebbe un maggior dialogo tra le parti questo si, e del resto è auspicabile e doveroso ricercarlo per il benessere pubblico.

Quietword

Sono maggiorenne nell’ambito dell’esperienza come educatore(anzi forse anche ventenne, considerati i lavori “stagionali” durante l’Università). Ho avuto l’occasione e anche la voglia di sperimentare più ambiti, dalla disabilità, al disagio giovanile, alla progettazione con e per gli anziani fino a giungere ai bambini e alle bambine dell’asilo nido…questo credo sia il mio “nido” professionale preferito.
Ma, intorno ad esso mi piace offrire l’esperienza genitoriale mia e la professionalità acquisita durante la mia formazione, molto legata alla conoscenza emotiva e al dialogo, sia ai genitori sia agli educatori.
Principalmente resta questo il mio obiettivo grande; poter formare e fare in modo che questa formazione diventi motivo di “discussione e interrogativi” in chi la affronta con me. Monica D'Alessandro @mokidale
http://trafantasiapensieroazione.wordpress.com/




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giovedì

I docenti imparano dagli alunni ad insegnare


Ogni mese il gruppo Facebook "Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti" (link gruppo) propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto.
Una volta raccolti, quest'ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici http://snodipedagogici.wix.com/onweb

 Il tema del mese di febbraio: Pedagogia e Scuola
 "Con l'ingresso nel circuito scolastico i bambini smettono di essere “esclusiva proprietà” delle famiglie ed entrano a pieno diritto nella società come soggetti. Subito dopo il contesto educativo per eccellenza (la famiglia) è la scuola il luogo in cui bambini e ragazzi passano la maggior parte del loro tempo.
Come e quanto viene percepito dalla scuola e dai suoi attori il ruolo educativo che viene loro chiesto? Qual è l'anello mancante nel processo insegnamento-apprendimento? Come vivono la scuola coloro che ci lavorano?”


Buona lettura.

 
‪#pedagogiaescuola‬ I docenti imparano dagli alunni ad insegnare


Eccomi qui ad affrontare questo tema sul rapporto insegnanti – alunni; un tema sempre attuale, che fa discutere, che solleva anche dubbi, perplessità, che pone domande.


Insegno nella scuola primaria da una ventina di anni. Col passare del tempo sono sempre più consapevole del fatto che l’insegnante insegna, è vero, ma sono gli alunni che ti spianano la strada, che ti insegnano ad insegnare. Le lezioni in classe non sono mai come le si programma: i ragazzi ti trascinano, ti trascinano nel loro mondo, nei loro discorsi, ti catturano con la loro fantasia, divagano, ti “modellano” la lezione frontale. I docenti imparano dagli alunni. Per questo dico che sono loro che insegnano a noi docenti ad insegnare.


Quando riesci a coinvolgere i tuoi alunni, a farli divertire, quando la lezione non è noiosa e ripetitiva ma riesci a catturarli, a farli sorridere, è proprio allora che raggiungi lo scopo, poiché finiscono con l’apprendere divertendosi. E ciò che diverte, lo si fa volentieri, con meno sforzo … e i risultati sono efficaci e visibili.

Nella mia esperienza con i bambini ho inoltre imparato che è più importante quello che un insegnante è, ancor più di quello che insegna. La scuola non è solo istruzione, è anche, e soprattutto, educazione.

Come può educare un insegnante privo di valori, di sentimenti, di creatività?

Il buon insegnante riesce a trasmettere serenità, bontà d’animo; riesce ad insegnare ai suoi alunni ad amare se stesso e a credere nelle proprie capacità; il buon insegnante preferisce valorizzare le loro potenzialità piuttosto che umiliarli per le lacune. Queste, a mio avviso, sono le basi da gettare per edificare un proficuo apprendimento. Spesso inserisco la lettura di favole nel mio percorso di insegnamento con i bambini. Le favole rappresentano, per chi le ascolta e per chi le legge, una sorta di terapia; contengono sempre un insegnamento di vita e si possono utilizzare per insegnare qualsiasi materia. Per questo motivo ho aperto un sito in cui sono inserite le due raccolte di favole che ho scritto per loro.

Ringrazio per avermi dato la possibilità di esprimere il mio pensiero su questo blog.
Alessandra Barbuta        www.maestraalexa.it





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lunedì

L’EDUCAZIONE NASCE NATURALE

Ogni mese nel gruppo Facebook "Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti"(https://m.facebook.com/groups/394822953923495?__user=1543001986)
viene proposto ai membri un tema educativo.
Chi raccoglie la sfida scrive un articolo al riguardo. I contributi, poi, vengono ospitati nei blog presenti in Snodi Pedagogici (http://snodipedagogici.wix.com/onweb#!blog/c1p1n) e divulgati nei vari social con un hashtag particolare in un determinato giorno.

Questo mese, gennaio, tocca a "l'Educazione nasce naturale", tema lanciato da Alessandro Curti nell'assemblea (https://m.facebook.com/events/546666475414229/?__user=1543001986) del 16 novembre, svoltasi a Milano.
Cosa ne pensano i genitori dell'educazione?

"L'educazione nasce in un ambito naturale, la famiglia, il gruppo, il clan, la tribù, in cui era necessario che i grandi insegnassero ai piccoli quello che occorreva per vivere. Poi la società si è fatta più complessa è le figure educative si sono moltiplicate e in alcuni caso si sono professionalizzate per supportare quelle naturali. Ma ancora oggi la prima istanza educativa nasce nelle famiglie, nei gruppi familiari, negli spazi di socialità naturali...."
foto di Sylvia Baldessari.



#‎educazionenaturale‬ L’EDUCAZIONE NASCE NATURALE
di Celenia Ciampa
Il corredo genetico è solo una piccola parte dell’enorme patrimonio che i genitori donano ai figli. L’educazione si forma soprattutto attraverso le azioni e l’esempio: la famiglia inizia a “raggranellare” il corredo sociale e comportamentale per i figli molto prima che essi arrivino. Esperienze, valori, tradizioni: tutto quello che forma la quotidianità e la serenità della coppia sarà poi proposto al bambino, per loro soggetto da amare al quale regalare ciò che si possiede di più prezioso: la propria cultura.

Con questo non sarebbe d’accordo Rousseau; alla base della sua concezione pedagogica troviamo la forte opposizione tra natura e cultura: allo stato di natura l'uomo vive in una condizione di uguaglianza e libertà, nella società e con la cultura si trova costretto tra imposizioni e disuguaglianza. Sulla base di queste premesse l'autore postula che l'educazione debba necessariamente essere naturale, ovvero deve consistere nell'insieme delle facoltà umane e intellettive proprie dello stato originario dell'uomo, le quali vengono sistematicamente corrotte nella società contemporanea da civiltà e cultura. Ma una mediazione è necessaria, soprattutto ai giorni nostri, dopo che molti studiosi (da Ariès fino a Freud e seguenti) hanno riconosciuto l’enorme importanza dell’infanzia e lo status sociale di bambino.

Ogni genitore sviluppa un naturale istinto su cosa sia importante per il proprio figlio, istinto che gli permetterà di comprendere i suoi bisogni, le richieste ancora prima che sopraggiunga la parola, i limiti che gli sono necessari; la società – a volte appoggiandosi alla ricerca, altre soltanto sulle dicerie- è entrata nel nucleo familiare, dispensando consigli generali che male si adattano ad ogni singola persona, possono essere risolutivi in una situazione ma inutili con altri soggetti protagonisti. L’intervento pedagogico ad personam invece può accompagnare con grande efficacia la famiglia che si trovi in uno stato di difficoltà. Stimola la riflessione su quali significati possano avere i campanelli di allarme che possono essersi accesi all’interno della quotidianità familiare, dando ascolto ai più piccoli per dar voce alle loro richieste e comprendere necessità sottovalutate.

L’educazione nasce naturale, ma il percorso talvolta può subire deviazioni o traumi che facciano deragliare l’istinto insito nel genitore. Ferite collezionate durante la propria formazione fanno sì che l’adulto desideri rimediare comportandosi col proprio figlio in maniera opposta, oppure in mancanza di consapevolezza potrebbe riproporre il modello disfunzionale dando nuovo respiro ad un problema ancora irrisolto. La riflessione, il mettersi in discussione e quindi in gioco, in cerca di miglioramento, possono forzare in un primo momento la naturalità del rapporto ma in maniera positiva, alla ricerca di nuove strategie educative da costruire insieme all’interno della coppia che poi sboccia nell’intero nucleo familiare per una ritrovata serenità.

Una naturalità dell’educare quindi da ritrovare, riscoprire, in aggiustamento ed evoluzione continui.
 
 
I contributi vengono condivisi con gli hashtag #educazionenaturale e ‪#‎snodipedagogici‬ dai blog:

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giovedì

Per allenare in regola...adatta le regole a chi hai davanti

Bambini calciatori, pallavoliste in carcere, cestisti e rugbisti italiani e stranieri, le regole dello sport sono importanti per loro, al punto che... gli allenatori gliele cuciono su misura. La tavola rotonda di sabato 23 novembre al palazzo Ducale di Genova, all'interno della Fiera Mondoinpace ha permesso ad allenatori ed educatori di vari contesti e discipline sportive di confrontarsi sul tema delle regole. Questione di rilevanza educativa e infatti il taglio pedagogico ha caratterizzato le storie e le riflessioni dei presenti, come si voleva che fosse.

Alle regole, dicevamo, bisogna arrivarci, impararle gradualmente pena l'irrigidimento o il rifiuto dei giocatori, se è il caso cambiarle. Ne consegue che le invasioni a rete dei pallavolisti detenuti non vengono fischiate a meno che non venga divelta la rete stessa, che i passi dei piccoli del mini-basket siano spesso tollerati, che la squadra di calcio del centro diurno per chi soffre di disagio psichico sia composta da otto giocatori anche se il campo è di quelli a sette, che i veterani del rugby accorcino la durata delle partite per non andare in debito di ossigeno.

Sono tutti d'accordo, i relatori, che le regole si possano e debbano adattare, anche perché concordano sul fatto che si debbano comunicare soprattutto i principi fondamentali di uno sport. Quali?

"Nel rugby il sostegno è uno dei quattro principi fondamentali (insieme ad avanzamento, pressione e continuità), capite bene quanto questo sia trasferibile come valore nelle relazioni tra le persone" dice Paolo Pezzana allenatore degli under-10 del Cus Genova. "Aggiungo che le regole si imparano sul campo, io le introduco giocando, anche una regola complessa come il fuorigioco i bambini la imparano alla svelta". Potenza dello sport, aggiungo io, che ti permette di imparare facendo, quanto abbiamo bisogno in educazione di setting pratici (e fisici) in cui insegnare!

Fabrizio De Meo, coordinatore delle attività Uisp, introduce la Policy che l'associazione ha scritto per garantire ai bambini giocatori livelli sempre buoni di attenzione da parte dei propri allenatori. "Evitare gli abusi nello sport per noi vuol dire anche evitare che si propongano esercizi mal pensati o che si sprechi il tempo per scarsa organizzazione". E si sa quanto poco ci voglia perché un allenatore abusi del proprio potere, basta che sottolinei gli errori, che inevitabilmente i bambini fanno, davanti a tutti.

La Carta etica dei valori è invece un documento prodotto da Csi e consegnato alle famiglie che iscrivono i loro figli nelle squadre legate a questa organizzazione di orientamento cattolico. "Regole e valori per noi vanno introdotte insieme e fanno la cultura della società sportiva" sostiene Luca Verardo direttore del Pala Don Bosco.

Semplice a farsi? "Che i ragazzi facciano fatica ad imparare e a rispettare le regole ci sta, è una fatica sana del loro percorso di crescita. Meno sana è la fatica che fanno i genitori ad accettare le regole" dice Paola Bianchi, consulente pedagogico di Milano che sottolinea la ritrosia dei grandi a lasciare ad arbitro ed allenatori la gestione delle partite e della squadra in cui gioca il figlio. Prendere le distanze dai propri figli in campo è un valore così come accettare le decisioni dell'arbitro. Siamo ai fondamenti dell'educazione no?

C'è poi la questione della disciplina sportiva e della cultura che questa trasmette a chi la pratica grazie alle regole che quello sport ti chiede di rispettare.
"Nel basket ci si abitua ad attaccare e difendere tutti, alternando queste due fasi in un breve arco di tempo. Inoltre non ci si può estraniare dal gioco neanche per brevi periodi perché la squadra è composta da solo 5 giocatori" afferma Tommaso Ricci di Uisp.

"La pallavolo ti espone a grandi responsabilità, ogni errore che fai di solito costa un punto alla tua squadra. Bisogna dimenticare in fretta gli errori, incoraggiare il compagno che l'ha fatto e tenere alta l'attenzione per tutta la partita, ci vuol poco altrimenti a perderla" commenta Gaia Fiorini, allenatrice e formatrice di arbitri anche nel carcere di Marassi.

"Ai nostri piccoli calciatori chiediamo sempre di rendersi disponibili per il compagno, di modo che il suo passaggio sia facile e che la squadra possa mantenere il possesso della palla" conclude Piero Di Gregorio allenatore Csi di Sport Service Family di Genova. Per lo sport dei piedi, il calcio, controllo e gestione del pallone sono infatti aspetti difficili e allo stesso tempo determinanti. Conclusioni a cui giunge (interessante) anche l'esperto di disagio psichico adulto, educatore all'interno di una squadra di calcio dell'ospedale S.Carlo di Milano. "Fare fatica insieme è il mio obiettivo educativo principale, al bando gli eccessi di delicatezza e via ad un sano confronto con i propri limiti". E se lo dice l'educatore, che poi deve gestirsi le eventuali intemperanze psichiche dei giocatori, ci crediamo.

Le regole sono splendide possibilità per condurre un gruppo a crescere, alcune ce le troviamo, altre ce le diamo. Finché le intenderemo in questo modo riusciremo a sfruttarne tutto il potenziale educativo e a usarle come occasione d'incontro...come quello del Ducale in un freddo e senza mezzi sabato mattina genovese.

 

ALLENARE IN REGOLA, TAVOLA ROTONDA A GENOVA

All'interno di Mondoinpace, fiera sull'educazione alla pace, condurremo questo incontro pubblico. Nell'ottica a noi cara di esplorare le possibilità educative offerte dalle regole negli sport.


Sabato 23 novembre, 10-12, Loggia degli Abati (palazzo Ducale)

Le regole e i principi si alimentano a vicenda, anche nello sport. Le prime indirizzano i comportamenti, i secondi vi danno senso. Le regole cambiano di sport in sport, i principi sono trasversali, il gioco divertente è capire quale principio stia dietro ad ogni regola per vedere quali ritornano. Giocare con le regole, inventare regole, studiare le regole sono gesti che ti fanno accettare due principi importanti e opposti come l'uguaglianza e la diversità: le regole sono uguali per tutti e quando cambiano creano mondi (sportivi) diversi.


Spesso quando parliamo di Regole le concretizziamo anche in una figura, un ruolo che nello sport non è solo rappresentato dall'arbitro ma anche dall'allenatore.
Quest'ultima figura è rilevante rispetto all'apprendimento da parte di un atleta delle regole perché deve essere in grado di cogliere il senso della regola e poi di trasmetterla.
Ad ogni allenatore spetta il compito di capire quali sono i vincoli del proprio sport e di mettere a proprio agio i suoi atleti all'interno di questo processo, di affinare le loro abilità e le proprie di insegnamento. Inoltre per non rendere sterile il processo educativo, in particolare quando si allenano bambini, deve rispettare i loro tempi secondo il noto principio “andiamoci adagio”.