Per continuare la riflessione sullo sport guardato segnalo questo post di Igor Salomone e la relativa discussione: E io che c'entro? da Cronache pedagogichevenerdì
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Per continuare la riflessione sullo sport guardato segnalo questo post di Igor Salomone e la relativa discussione: E io che c'entro? da Cronache pedagogiche
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FUGA DAL TIFO
Bentornati dopo la pausa estiva!
Ci sono alcuni considerazioni sport-educative che ho fatto durante le vacanze che voglio provare a mettere su questi pixel... vediamo se riesco a ricostruire le cose che ho pensato.
Ho seguito a sprazzi, soprattutto quando i bimbi erano a nanna la sera oppure alla radio, le olimpiadi, anche nelle specialità più sconosciute. Le ho seguite principalmente perché tifavo per qualche atleta italiano, ho visto ben poco delle gare in cui non avevamo speranze di medaglia (e comunque la Rai seguiva quasi solo gli azzurri).
Penso che assistere allo spettacolo sportivo solo come tifosi, quindi con la sola idea di vincere insieme al "proprio" rappresentante, sia alla lunga un'esperienza logorante, anche se si vince spesso. Penso che il tifo debba evolvere, almeno un po', verso il gusto per il bello e sganciarsi un po' dall'esito della competizione. Penso anche che non sia affatto facile, che sia molto più facile e immediato tifare e aggrapparsi all'adrenalina che il rischio di perdere o la gioia di vincere ti può dare. Tifare è faticoso, genera ansie, suscita emozioni simili a quelle del gioco d'azzardo. Il romanzo di Nick Hornby "Febbre a 90' ", che è di fatto il racconto autobiografico della passione dello scrittore per l'Arsenal, rappresenti splendidamente la dipendenza dal tifo per la propria squadra.
Assistere a uno spettacolo sportivo può lasciarti qualcosa di diverso dalla febbre adrenalinica, penso, soltanto se prendi un po' le distanze dalle vicende della competizione e inizi a cogliere i movimenti collettivi, gli sforzi per migliorarsi o risollevarsi, la generosità, la collaborazione, il fair-play, le tecniche. E' un modo più attivo e più ricco di fare gli spettatori, non necessariamente è più pesante, di sicuro è più rilassante.
Ci sono alcuni considerazioni sport-educative che ho fatto durante le vacanze che voglio provare a mettere su questi pixel... vediamo se riesco a ricostruire le cose che ho pensato.
Ho seguito a sprazzi, soprattutto quando i bimbi erano a nanna la sera oppure alla radio, le olimpiadi, anche nelle specialità più sconosciute. Le ho seguite principalmente perché tifavo per qualche atleta italiano, ho visto ben poco delle gare in cui non avevamo speranze di medaglia (e comunque la Rai seguiva quasi solo gli azzurri).
Quindi grazie al tifo ho scoperto o riscoperto il taekwondo, la ginnastica ritmica e artistica, la canoa fluviale, la scherma, il tiro a segno e altre discipline ancora. Quando tifi per una squadra o un atleta, non stai molto attento allo sviluppo tecnico del gesto sportivo, soprattutto quando non conosci lo sport, stai attento al fatto che il "tuo" o la "tua" guadagnino punti, prendano voti, avanzino in classifica, speri che vincano o che vadano a medaglie, partecipi alla sua competizione, gareggi con lui, giochi con lei.
Guardare o ascoltare la prestazione sportiva di qualcuno è un gioco, un divertimento, un'emozione. Di per sé non trasmette nulla di valoriale, di positivo o negativo, è più semplice che guardare un film, la storia consiste in qualcuno che vince e qualcuno che perde, finito lì. Ci si può appassionare però all'altalenanza del punteggio, alla rimonta di qualcuno, in alcuni casi alla bellezza di alcuni gesti.
Penso che assistere allo spettacolo sportivo solo come tifosi, quindi con la sola idea di vincere insieme al "proprio" rappresentante, sia alla lunga un'esperienza logorante, anche se si vince spesso. Penso che il tifo debba evolvere, almeno un po', verso il gusto per il bello e sganciarsi un po' dall'esito della competizione. Penso anche che non sia affatto facile, che sia molto più facile e immediato tifare e aggrapparsi all'adrenalina che il rischio di perdere o la gioia di vincere ti può dare. Tifare è faticoso, genera ansie, suscita emozioni simili a quelle del gioco d'azzardo. Il romanzo di Nick Hornby "Febbre a 90' ", che è di fatto il racconto autobiografico della passione dello scrittore per l'Arsenal, rappresenti splendidamente la dipendenza dal tifo per la propria squadra.
Il tifo ci dice qualcosa di uno sport, ci avvicina a uno sport, ci mette in contatto con quel micromondo che quella pratica si porta dietro come cultura? Credo proprio di no, e lo dico consapevole ed esperto delle mie fasi da tifoso, soprattutto in passato ma talvolta anche di questi tempi.
Assistere a uno spettacolo sportivo può lasciarti qualcosa di diverso dalla febbre adrenalinica, penso, soltanto se prendi un po' le distanze dalle vicende della competizione e inizi a cogliere i movimenti collettivi, gli sforzi per migliorarsi o risollevarsi, la generosità, la collaborazione, il fair-play, le tecniche. E' un modo più attivo e più ricco di fare gli spettatori, non necessariamente è più pesante, di sicuro è più rilassante.
Guardare in questo modo alle gare è una cosa che si impara. Non è una cosa così semplice, per cui penso che sia importante anche insegnare questo modo di guardare ai bambini e ai ragazzi, se non altro perché non vedano soltanto la possibilità di tifare e sappiano alternare questi due tipi di sguardi.
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giovedì
UN PO' PIU' ABILI A SCIARE
Matteo ha 18 anni, è uno studente che si impegna nel giornalismo sportivo studentesco e ha seguito per due giorni un progetto di avvicinamento allo sci per portatori di disabilità dell'associazione Freerider. Il suo articolo ci apre una finestra su sport, disabilità e volontariato, e anche sul giocare con i primi limiti con il sorriso.

Quando
si racconta di sport non si cerca solo di raccontare il singolo
evento, ma anche di trasmettere le emozioni provate durante la
manifestazione. Raccontare una manifestazione è già un impegno
importante se ci si può immedesimare negli atleti, raccontare una
manifestazione per disabili potrebbe diventare un’impresa anche a
causa delle difficoltà di immedesimazione fisica. Ma proprio per
questo è importante regalare, perché penso che ogni racconto sia un
dono, qualche riga su un progetto portato avanti dall’associazione
Freerider. Ormai in tanti si riempiono la bocca di “buone parole”
e si ergono a difensori dei valori dello sport, ma nella realtà non
sono molte le persone che si impegnano per fare in modo che questi
valori vengano espressi nella quotidianità.
L’associazioni
Freerider da dieci anni a questa parte regala a ragazzi disabili di
tutta Italia, grazie a uno ski tour nelle maggiori sedi sciistiche
italiane, la possibilità di cimentarsi con lo sci da seduti. Lo
sport per disabili per me è stata un’avventura nuova ed
emozionante, perché mi ha permesso di guardare in modo diverso lo
sport e le gare. In una gara l’unico interesse è il risultato,
l’atleta che conquista la medaglia, nel caso degli sport singoli, o
la squadra vincitrice, negli sport di squadra, vengono toccati in
quanto protagonisti delle gesta che rendono magica la competizione,
ma non vengono considerati se non come atleti.

Il
progetto “Primi 10” mi ha permesso di rimanere 24 ore su
24 a contatto con i ragazzi che, a parte poche eccezioni, iniziavano
a confrontarsi con lo sci. Questa vicinanza con gli atleti, oltre a
concedermi l’opportunità di sentire i giudizi a caldo da parte dei
novelli atleti dopo le prime lezioni, ha permesso che si instaurasse
un rapporto positivo con tutti i ragazzi che mi hanno dimostrato,
dandomi una lezione di vita, come, anche nelle maggiori difficoltà,
se lo si vuole davvero c’è sempre una via di uscita per ogni
problema.
La tre giorni sulle ultime nevi di Bormio è stata, quindi, una festa per tutti, merito soprattutto del team Freerider e dei due dimostranti seduti, Pietro e Paolo, che hanno insegnato ai ragazzi.
Il segno caratteristico è stato il sorriso, mai fuggito dalle facce di tutti i presenti, atleti e accompagnatori, grazie anche alla simpatia di Carlo, atleta “esperto” tra i partecipanti, che con la sua parlantina non ha fatto mancare le risate, anche sulle piste con cadute spettacolari. Nonostante le cadute frequenti, soprattutto nei primi giorni, si sono molto ben distinti Marco, Luca e Ilaria.
Ma come spesso accade non tutti sono portati per un determinato sport e così la nuotatrice Angelica rinuncia alle ultime lezioni evidenziando come lo sci da seduti sia troppo faticoso a causa della durezza del “guscio”, la sedia con un sci sulla quale sciano i disabili aiutandosi con due bacchette-sci, che impedisce i movimenti del busto. Angelica parlando degli sport provati ha detto anche: “Lo sci non mi piace! Anche a canottaggio ho faticato, ma almeno quello mi è piaciuto.”
Un altro atleta che ha gettato la spugna prima di terminare i tre giorni delle lezioni è stato il cestita Ludovico che dopo varie cadute ha deciso di risparmiarsi per le partite di wheelchairbasket, sport giocato con Luca.
Nonostante la tre giorni non si sia conclusa con nessuna gara e nessun vincitore, siamo tornati a casa tutti vincitori! Perché i ragazzi hanno conosciuto la possibilità di sciare nonostante la disabilità e potersi rendere autonomi anche tra le nevi e noi, accompagnatori non familiari, studenti liceali e universitari, arrivati come volontari da Varese, abbiamo visto come la vita va avanti davanti a tutto e dopo ogni caduta ci si può rialzare più forti di prima.
In conclusione mi sento in dovere di ringraziare Giulio Broggini, Nicola Busata, Paolo Panzarasa, Fabrizio Tamborini, Davide Fumagalli, detto “Tomba”, componenti del team Freerider, insieme ai due dimostratori sitting/maestri, all’ASL di Varese, al Centro Addestramento Alpino di Moena e all’associazione Sestero, nella figura di Roberto Bof, che ha permesso a me e ad un altro studente fotografo di incontrare e conoscere un mondo a noi sconosciuto e vivere un’esperienza formante e straordinaria sulle nevi di Bormio.
Un grazie in ultimo, ma non per importanza, va a tutti gli atleti e i loro accompagnatori, che hanno reso questi tre giorni un po’ più magici.
La tre giorni sulle ultime nevi di Bormio è stata, quindi, una festa per tutti, merito soprattutto del team Freerider e dei due dimostranti seduti, Pietro e Paolo, che hanno insegnato ai ragazzi.
Il segno caratteristico è stato il sorriso, mai fuggito dalle facce di tutti i presenti, atleti e accompagnatori, grazie anche alla simpatia di Carlo, atleta “esperto” tra i partecipanti, che con la sua parlantina non ha fatto mancare le risate, anche sulle piste con cadute spettacolari. Nonostante le cadute frequenti, soprattutto nei primi giorni, si sono molto ben distinti Marco, Luca e Ilaria.
Ma come spesso accade non tutti sono portati per un determinato sport e così la nuotatrice Angelica rinuncia alle ultime lezioni evidenziando come lo sci da seduti sia troppo faticoso a causa della durezza del “guscio”, la sedia con un sci sulla quale sciano i disabili aiutandosi con due bacchette-sci, che impedisce i movimenti del busto. Angelica parlando degli sport provati ha detto anche: “Lo sci non mi piace! Anche a canottaggio ho faticato, ma almeno quello mi è piaciuto.”
Un altro atleta che ha gettato la spugna prima di terminare i tre giorni delle lezioni è stato il cestita Ludovico che dopo varie cadute ha deciso di risparmiarsi per le partite di wheelchairbasket, sport giocato con Luca.
Nonostante la tre giorni non si sia conclusa con nessuna gara e nessun vincitore, siamo tornati a casa tutti vincitori! Perché i ragazzi hanno conosciuto la possibilità di sciare nonostante la disabilità e potersi rendere autonomi anche tra le nevi e noi, accompagnatori non familiari, studenti liceali e universitari, arrivati come volontari da Varese, abbiamo visto come la vita va avanti davanti a tutto e dopo ogni caduta ci si può rialzare più forti di prima.
In conclusione mi sento in dovere di ringraziare Giulio Broggini, Nicola Busata, Paolo Panzarasa, Fabrizio Tamborini, Davide Fumagalli, detto “Tomba”, componenti del team Freerider, insieme ai due dimostratori sitting/maestri, all’ASL di Varese, al Centro Addestramento Alpino di Moena e all’associazione Sestero, nella figura di Roberto Bof, che ha permesso a me e ad un altro studente fotografo di incontrare e conoscere un mondo a noi sconosciuto e vivere un’esperienza formante e straordinaria sulle nevi di Bormio.
Un grazie in ultimo, ma non per importanza, va a tutti gli atleti e i loro accompagnatori, che hanno reso questi tre giorni un po’ più magici.
Matteo
Vismara
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Le lacrime degli azzurri e il valore della crisi
Le lacrime degli azzurri VIDEO
"Abbiamo accusato la fatica, eravamo cotti".
La fatica è stata nominata spesso come principale fattore della disfatta azzurrra nella finale dell'europeo contro la Spagna. Per come è andata la partita e per le dimensioni del risultato si può proprio dire che l'Italia è andata in crisi. Il terzo e il quarto gol sono arrivati con i nostri giocatori che sembravano incapaci di tenere il pallone tra i piedi, gli spagnoli erano ovunque e recuperavano palla subito, hanno fatto gol con estrema facilità, potevano farne altri.
Nello sport la crisi è evidente e repentina, è un crollo verticale, gli avversari ti sopravanzano e tu vai in sofferenza. Il tuo corpo non ne può più, desidera soltanto smettere, smettere di correre, di nuotare, di combattere, di stare in gara, di respirare con affanno, di stare attento. Smettere significa uscire dalle regole della competizione, staccare la spina e recuperare le energie, meglio se sotto una doccia.
Chi fa sport fa sempre fatica e prima o poi incontra una crisi quando la fatica diventa troppa.
Per non andare in crisi basterebbe tener sotto controllo la fatica, abbassare il ritmo se si sta correndo o nuotando, mettersi in difesa in un partita di rugby o di calcio o in un match di boxe, fare qualche cambio di giocatori in una sfida di pallavolo o basket. Ma, come dimostra la finale degli europei, non sempre ci si riesce o non sempre è possibile.
Si va in crisi quando si è deboli, poco allenati, quando gli avversari sono troppo forti ma soprattutto quando si pretende troppo dalle proprie forze. Troppo? Di più del solito. Quando si vuole andare oltre i propri limiti con l'ambizione di migliorare.
A pensarci bene la crisi è tutt'altro che una situazione negativa se la si guarda in faccia: è sofferenza, non c'è dubbio, sofferenza fisica e psicologica, ma è anche l'occasione che ci fa testare i nostri limiti. Vista con questa prospettiva diventa un'occasione per capire qual'è il nostro limite attuale e cercare dei modi per andare oltre.
L'Italia dalla partita con la Spagna impara che non può affrontarla sul terreno del possesso palla se non correndo molto e muovendosi in modo corale. Oppure deve inventarsi altri modi di giocare...
Dalla crisi si impara il valore dell'allenamento, della disciplina dell'allenamento, della preparazione regolare. Difficilmente un ciclista prepara giro d'Italia e tour de France nella stessa stagione (a meno che non faccia ricorso a qualche bomba), un nuotatore non fa gli europei al massimo nella stagione delle Olimpiadi, entrambi pianificano i propri allenamenti in un crescendo che lo porti al massimo della forma nel momento cruciale.
Negli sport di squadra da una crisi si può imparare a cambiare impostazione tattica, a sviluppare nuovi aspetti tecnici, a valorizzare nuovi giocatori, a rafforzare la collaborazione nel gruppo.
C'è da chiedersi se si possa crescere di livello senza affrontare qualche crisi. Penso di no, penso che le sconfitte e le crisi insegnino di più, o almeno quanto le vittorie. L'importante è non voler scappare subito da quel dolore, rimanerci un po' a contatto, digerirlo lentamente, capire che lo si può sopportare e poi riassaporare il gusto di ripartire. Nello sport, in fin dei conti, è più facile che nella vita, la posta in gioco non è così alta, probabilmente è più difficile per i professionisti perché per loro lo sport è la vita. La storia di Pantani mi sembra esemplare.
Un allenatore con uno sguardo educativo la crisi la usa, la condivide con la sua squadra, ne parla, la interroga cercando altri punti di vista. Tra l'altro mi sembra l'unica maniera perché la crisi non diventi un incubo, uno spauracchio per il futuro, oppure, se minimizzata, esploda più virulenta a distanza di tempo.
Qualsiasi riferimento a politici-allenatori di calcio è puramente casuale...
Qualsiasi riferimento a politici-allenatori di calcio è puramente casuale...
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lunedì
QUANTI GALLI NEL POLLAIO: le fatiche e le gioie dell'allenatore di pulcini e il metodo induttivo
G.
è un amico che allena da anni squadre di calcio di bambini tra i sei
e gli otto anni. La fa per puro piacere, di
mestiere fa tutt'altro, l'addetto stampa. E' talmente legato a questa
passione che ha cercato una squadra da allenare anche quando ha
cambiato casa e si è trasferito in un'altra città. Ha
quarant'anni, tanto per completare il quadro.
Ci
fermiamo a chiacchierare dopo una nostra partita di calcio a 7,
davanti a una birra. Mi racconta che ha avuto un diverbio con un
genitore e che la cosa gli ha lasciato un po' di amaro in bocca."Alla fine della partita questo padre viene da noi (la squadra ha due allenatori) e ci dice senza mezzi termini che nel terzo tempo abbiamo completamente sbagliato squadra, che abbiamo messo i ragazzi fuori ruolo e che non ci capiamo niente di calcio. Non era la prima volta che veniva a mostrarci le sue lamentele e questa volta la situazione è degenerata. Il mio collega si è lasciato prendere dalla rabbia e gli ha risposto a tono, la discussione si è accesa e a un certo punto ho dovuto mettermi in mezzo perché non si menassero...Tieni conto che i bambini hanno otto anni...è incredibile."
"Voleva che suo figlio giocasse di più?"
"Non tanto quello, voleva che giocasse nel ruolo in cui secondo lui rende meglio. Io nel terzo tempo (i bambini di otto anni giocano tre tempi da 10' e sono cinque in squadra) l'ho messo in difesa, che è pure un segno di stima verso di lui visto che a quell'età la difesa è il ruolo più difficile, e lui riteneva che la squadra si fosse indebolita. Parlava a getto continuo, abbiamo cercato di spiegargli che la nostra priorità è comunque che tutti giochino lo stesso tempo e che per far questo bisogna spostare i giocatori di ruolo...Che poi è anche formativo per loro cambiare la posizione in campo, sperimentarsi tatticamente, li fa crescere..."
"Immagino abbiate perso la partita..."
"Si, 1-0, ma non abbiamo giocato male, abbiamo perso per un episodio".
G.
poi allarga le riflessioni ad altri genitori.
"L'altro giorno uno viene da me tutto sconsolato dicendomi che suo figlio proprio non andava...L'ho guardato un attimo e poi gli ho detto che invece suo figlio era migliorato parecchio ed era diventato proprio bravo. Non mi credeva!"
"Hanno fretta di vedere i risultati subito, non colgono i passi avanti fatti. Sai per me invece qual'è la cosa più bella? Vedere che un ragazzo mette in pratica quello che gli ho insegnato. Alcuni ci mettono poco, altri tanto tempo, però a quello devo puntare..."
Come
dire che le vittorie poi arriveranno, o forse che già quelle sono
vittorie.
"Questo
padre di cui ti ho parlato ha effetto deleterio sul bambino, gli
mette pressione. Quando c'è la madre a guardare le partite gioca più
sereno, l'ho notato più volte."
Poi
gli chiedo qualcosa sugli allenamenti e sulle tecniche.
"Guarda,
quando gli insegno il passaggio inizio subito a farglielo fare, senza
spiegazioni, soltanto provare. Poi gli spiego cosa correggere,
la posizione della gamba d'appoggio, il punto d'impatto del piede.
Quando gli insegno il tiro faccio usare delle palle più leggere, in
modo che abbiano la soddisfazione di calciare lontano. Poi uso la
metafora della fionda, che la loro gamba è come una fionda che
spinge la palla...se la usano in questo modo anche i piccoli possono
calciare forte come quelli più alti. Cerco anche di assecondare i
loro istinti, c'è un bambino che ha l'impulso di tirare ogni volta
che gli arriva la palla, allora gli ho suggerito di alzare la testa e
guardare prima la porta...non è facile ma pian piano inizia a
farlo."
C'è
tutto il tempo dell'educazione nelle parole di G., e l'educazione non
può avere fretta perché è già complicata di suo e perché è
fatta di osservazione. Un allenatore deve poter avere la serenità e
il tempo di guardare i suoi ragazzi per capire dove sbagliano e come
possono migliorare. Altrimenti diventa un selezionatore, o un
intrattenitore, che son pur sempre funzioni utili per allenare, ma se
ci fossero soltanto selezionatori o intrattenitori le squadrette
giovanili non terrebbero i ragazzi agganciati a lungo.

Interessante
poi questa cosa del metodo induttivo per introdurre la spiegazione di
un movimento. Prima ti faccio fare e poi ti spiego. Mi chiedo se sia
una peculiarità dello sport e se tutti gli allenatori la pratichino.
In tal caso sarebbe un'interessante approccio da suggerire al mondo
dell'insegnamento e della formazione, in cui "la teoria prima
degli esercizi" è il paradigma dominante, che spesso disperde
l'attenzione di chi deve imparare, soprattutto di chi fa fatica con i
concetti e con l'astratto. Immaginate un insegnante che inizia a
spiegare che cos'è un aggettivo facendo scrivere ai ragazzi un pezzo
senza aggettivi. Oppure invitandoli a eliminarli una volta scritto...
"Mi chiedo perché tanti
genitori vogliano sostituirsi agli allenatori in nome di una maggiore
efficacia ed efficienza nei risultati" dico io.
"Vedi il fatto è che non
riescono a comprendere che sul campo, in partita, intervengono
fattori diversi dalla tattica, come l'emozione o la fatica.
Soprattutto non capiscono che sul campo è diverso che sulle tribune,
che bisogna trovarcisi nella bolgia e che quindi tutti, bambini e
allenatori, possono anche perdere lucidità" risponde G..
Bisogna
accettare l'errore per l'appunto, lasciargli il suo tempo perché è
il tempo che serve a imparare. Che è un concetto che a un genitore
può servire, eccome. Sarà mica questo il punto?
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Fuori squadra? Ma siamo matti!
Video carino e buona musica con le interviste all'allenatore e ai ragazzi della squadra del centro diurno del reparto psichiatrico San Carlo, Milano
http://mrgiofelix.wordpress.com/2011/02/20/locomotiv-primaticcio-mes-que-un-club/
http://mrgiofelix.wordpress.com/2011/02/20/locomotiv-primaticcio-mes-que-un-club/
giovedì
Calcio e disagio psichico: la benefica normalità della fatica e del divertimento
La tavola rotonda del Quanta Village di Affori, a Milano (che ha preceduto il quadrangolare tra squadre di pazienti psichiatrici), ha dato voce a vari soggetti che gravitano attorno al mondo del calcio e del disagio mentale e pensano che lo sport sia uno strumento di crescita e riabilitazione. Una bella occasione per tutti per capitalizzare anche a livello di pensiero alcune intuizioni che l'attività sportiva fa invece mettere in pratica. In platea, oltre agli operatori, ai medici dei centri diurni e a qualche genitore, soprattutto i pazienti dei servizi psichiatrici.
Un genitore, un paziente-calciatore, un allenatore, uno psichiatra, il presidente di Uisp Lombardia, moderati da un consulente pedagogico, si sono confrontati su alcune questioni relative al come sfruttare al meglio gli effetti dello sport e in particolare:
-l'allenatore deve tutelare i propri pazienti-giocatori da sforzi eccessivi o deve spingere perché si migliorino?
-il gruppo, inteso come compagni di squadra, allenatore, arbitro, avversari, pubblico, è un limite o uno stimolo per uno di questi ragazzi?
Il
genitore ha raccontato in generale degli effetti positivi che
partecipare alla squadra del centro ha prodotto in suo figlio,
Umberto e Alessandro, giocatore e allenatore, hanno sottolineato
l'importanza di migliorarsi attraverso gli allenamenti e le partite e
di come questo sia possibile soltanto trattando i ragazzi senza
troppe cautele e attenzioni alle fatiche individuali, "come dei
giocatori normali" a cui va spiegato il giusto movimento tecnico
e tattico e stimolandoli a correre.
"I
ragazzi vanno motivati a far emergere le loro qualità" ha detto
il dottor Biffi del dipartimento San Carlo. "L'altruismo, lo
spirito di sacrificio, se l'allenatore sa tirarli fuori permette ai
ragazzi di star meglio nella vita", trovando quindi un nesso tra
le risorse che si mettono in atto nello sport, in particolare in
quello di squadra, e quelle che si impiegano nella vita di tutti i
giorni.
Un accento diverso ha messo Paolo della Tommasa presidente Uisp Lombardia, che ha indicato tra le abilità principali dell'allenatore quella di conservare la dimensione del divertimento e del gioco all'interno delle sfide e in generale della competizione. "Voglio proporre nel nostro campionato una classifica del gradimento delle partite in base al divertimento", in contrapposizione all'ossessione per la vittoria cui si assiste in molte partite giovanili e a cui i genitori contribuiscono notevolmente con le loro esortazioni da bordo campo.
Il
gruppo e le sue potenzialità sono stati al centro della maggior
parte degli interventi.
"La
tensione in gruppo si smorza" ha aggiunto Umberto, "e
comunque è meglio confrontarsi con avversari forti, anche se ti
intimoriscono, perché si impara di più".
"Creare
un gruppo è l'obiettivo che ci siamo dati introducendo il ritiro
estivo, il che ha comportato per i ragazzi lo staccarsi dalle
famiglie e dalle abitudini. Ha funzionato, è stata una scommessa
vinta" ha detto il mister Alessandro.
"Giocare
con altri e contro altri ragazzi può generare ansia" sostiene
il dottor Biffi, "così come affrontare una sconfitta e dover
ripartire, sono occasioni per rafforzarsi su questi aspetti che la
competizione offre". E su questa linea si è espresso nel suo
secondo intervento anche il presidente Uisp che ha sottolineato
l'analogia tra regole sul campo da gioco e nella quotidianità,
aggiungendo l'importanza che un allenatore-educatore sappia far
trovar soddisfazione anche nelle sconfitte.
Sport
metafora della vita e allenatore parente stretto dell'educatore,
questo in sintesi il messaggio che esce dalla tavola rotonda e che i
ragazzi si sono portati sul campo, dove in azione a quel punto
entravano i loro corpi. Come a dire che dopo la teoria subentrava la
pratica, fatta di essenzialità e rapidità, poco tempo per pensare,
idee chiare e molto istinto per agire. Anche qui sta il segreto del
successo dello sport come strumento di benessere e anche di
apprendimento, nella sua semplicità e fisicità. Anche per chi è
portatore di una sofferenza mentale.
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