giovedì

ALLENARE IN REGOLA, TAVOLA ROTONDA A GENOVA

All'interno di Mondoinpace, fiera sull'educazione alla pace, condurremo questo incontro pubblico. Nell'ottica a noi cara di esplorare le possibilità educative offerte dalle regole negli sport.


Sabato 23 novembre, 10-12, Loggia degli Abati (palazzo Ducale)

Le regole e i principi si alimentano a vicenda, anche nello sport. Le prime indirizzano i comportamenti, i secondi vi danno senso. Le regole cambiano di sport in sport, i principi sono trasversali, il gioco divertente è capire quale principio stia dietro ad ogni regola per vedere quali ritornano. Giocare con le regole, inventare regole, studiare le regole sono gesti che ti fanno accettare due principi importanti e opposti come l'uguaglianza e la diversità: le regole sono uguali per tutti e quando cambiano creano mondi (sportivi) diversi.


Spesso quando parliamo di Regole le concretizziamo anche in una figura, un ruolo che nello sport non è solo rappresentato dall'arbitro ma anche dall'allenatore.
Quest'ultima figura è rilevante rispetto all'apprendimento da parte di un atleta delle regole perché deve essere in grado di cogliere il senso della regola e poi di trasmetterla.
Ad ogni allenatore spetta il compito di capire quali sono i vincoli del proprio sport e di mettere a proprio agio i suoi atleti all'interno di questo processo, di affinare le loro abilità e le proprie di insegnamento. Inoltre per non rendere sterile il processo educativo, in particolare quando si allenano bambini, deve rispettare i loro tempi secondo il noto principio “andiamoci adagio”.

martedì

LA FATICA MAGGIORE? CRESCERE MENTRE GLI ALTRI TI STACCANO

La retorica probabilmente più diffusa legata al mondo dello sport, ma oserei dire anche al mondo aziendale soprattutto della vendita, è che si può andare oltre i propri limiti e che lo si può fare con un grande sforzo di volontà, credendoci. Ne risulta che gli atleti devono trovarla quella volontà e compito principale dei loro allenatori è stimolarli a tirarla fuori. Oppure indicargli due vie: quella dello sport amatoriale o quella del doping. Se vuoi stare sulla barca dello sport, quello vero, quello agonistico, devi avere le capacità, atletiche e caratteriali. "Se no fuori" come direbbe Briatore nel suo programma per imprenditori al top.

Quanto ci metteremo a uscire da questa cultura del successo che mescola volontà e droga, disprezzo della sconfitta e tripudio del talento naturale che pervade le società sportive (ma non solo ripeto) in Italia e altrove, producendo campioni stressati e masse di falliti? Non lo so, ma so cosa fa Roberto, da 40 anni allenatore di atletica di bambini e veterani su una pista in terra battuta che corre sotto la tangenziale di Milano. E so che va nella direzione opposta.


Roberto, passato da mezzofondista di buon livello oltre che di docente all'Isef, ha un grande rispetto dei limiti. Sa che sono dei punti di riferimento, ma anche che si può provare a superarli solo con il lavoro, continuo, nel tempo.

"Se uno vuole dei risultati deve mettere in conto qualche anno di allenamento continuo, e ciò nonostante può capitare che in gara, là dove si dà tutto, sulla pista e con le proprie sole energie, qualcuno di fatica ne faccia troppa. Allora è fondamentale recuperarlo quello sforzo, perché non scatti l'automatismo che gara=sofferenza", equivalenza che porta al disimpegno o all'abbandono.
A volte scatta il cambio di società "soprattutto se il genitore pensa che il ragazzino non sia stato allenato al meglio e nella disciplina più consona".


La questione è che è normale essere giù di forma o semplicemente "andar piano", la cosa importante è considerarsi all'interno di un processo, fatto di alti e bassi, in cui si può migliorare ma in cui nel frattempo si viene superati dagli altri. Crescere mentre gli altri ti staccano non è affatto facile ma è un'importante lezione che l'atletica offre, una conquista fondamentale da fare per non rimanere frustrati alle prime sconfitte. Se non si ha ben presente il principio che "per crescere non posso non perdere" è facile iniziare a inventarsi alibi di ogni sorta per sfuggire il confronto con gli altri a partire dall'allenamento. Fare grandi partenze in una gara di mezzofondo per poi ritirarsi oppure condurre un'intera distanza sottoritmo, oppure non partecipare del tutto alle gare. E' una cosa che ha che fare con la difficoltà a riconoscere ed accettare il proprio valore in quel momento, responsabilità che i ragazzi non accettano volentieri (e non solo loro). 

In uno sport individuale come l'atletica, ma caratteristiche simili ce le hanno anche il nuoto e lo sci, accettare il sorpasso e continuare a impegnarsi per migliorarsi, in gara come in allenamento, è probabilmente la prospettiva più importante, quella che permette di avere sempre nuove motivazioni proprio perché ci si vede in cammino. Ed è inevitabile, a differenza degli sport di squadra, sbattere contro personalmente agli insuccessi.


Insegnare questo, per un allenatore, è il motivo per cui vale la pena allenare non soltanto i possibili campioni ma ogni singolo ragazzetto. E' esercizio di consapevolezza e di responsabilità, è capacità di sdrammatizzare. E in questo Roberto era maestro.
 
p.s. Che Roberto abbia avuto a che fare anche con le mie paure adolescenziali di perdere è solo un dettaglio.

giovedì

IL BLOG E' DIVENTATO GRANDE

Più di 800 visite in pochi giorni per l'ultimo post  Guarda indietro che ti do sostegno !!!
Un brindisi e...un abbraccio ai lettori.
Un motivo in più per continuare a ricercare e a scrivere come sport, gioco e movimento facciano crescere le persone.
 

Guarda indietro che ti do sostegno!



Quello che impari alla svelta nel rugby è che da solo non vai da nessuna parte. Tra i ragazzini c’è chi è dotato di velocità e forza fisica e riesce a far fuori da solo un’intera difesa, lo fa una volta, magari anche due o tre, poi però gli avversari capiscono come buttarlo giù, lui inizia a prendere un po’ di colpi e allora per forza deve imparare a girarsi e a cercare sostegno”.

Il concetto di sostegno fa brillare gli occhi a P., l’allenatore con cui sto parlando, entusiasta dello sport anche perché vi ritrova valori della sua cultura di educatore.

E’ disarmante la semplicità con cui le regole del rugby ti mettono nelle condizione di dover collaborare, non è soltanto che i tuoi compagni si arrabbiano se non passi la palla (come in altri sport), è che gli avversari ti abbattono! Il messaggio di un placcaggio non lascia dubbi: “di qua non vai più avanti”. Oltre al fatto che l'impatto si sente, eccome. La cosa interessante è che anche un placcaggio non blocca l’azione offensiva se c’è qualcuno pronto a raccogliere la palla e a ripartire.

E poi il placcaggio lo puoi evitare se passi la palla. Certo ti devi ricordare di passare la palla all’indietro, il che ti obbliga ad aver fiducia che dietro di te, primo della squadra ad avanzare (nel rispetto della regola del fuorigioco “tutti dietro la linea della palla”), e quindi spesso fuori dal tuo campo visivo, ci sia qualcuno a cui cedere l’ovale. Altrimenti calci, in avanti, ma se calci la probabilità di perdere la palla è alta. Nelle giovanili non è nemmeno concesso (sarà un caso?).

Io cerco i compagni perché so che non mi lasceranno solo a farmi placcare e a farmi rubar palla, come farò io nei loro confronti quando cercheranno di avanzare nella difesa avversaria, perché se ci aiutiamo ci potranno fermare cento volte ma noi potremo sempre ripartire. Forse il punto è proprio questo: se c’è sostegno gli stop non sono definitivi e il placcaggio è soltanto una tappa di un continuo percorso di avanzamento collettivo. Sa di epopea bellica, no? (Calcio e rugby, la guerra con la palla)D'altronde la guerra è una grande azione collettiva e organizzata, peccato che serva ad annientare qualcun altro. Nel rugby al contrario le regole, e gli allenatori-educatori che le introducono, fanno sì che lo scontro non sia violento ma controllato. Controllare la propria forza e la propria aggressività pur esercitandole (principio comune alle arti marziali), non male anche questo come spunto educativo anche perché richiede continua attenzione al corpo, tuo e degli altri. Cosa ne penserà del rugby Pennac, recente autore di Diario di un corpo?

D’altronde il rugby, nato nei college inglesi, lo spirito pedagogico se lo porta dietro da tempo e non a caso ai nostri tempi gli allenatori delle giovanili si chiamano educatori e nel regolamento per gli under 12 ogni regola è addirittura seguita dall'interpretazione educativa!

Il rinforzo allo spirito di squadra viene poi confermato da altre fasi del gioco come la mischia, l’intreccio di braccia e teste che mette le squadre alla prova del più forte e in cui si deve spingere contemporaneamente, o la difesa, quando devi chiudere tutti i corridoi agli avversari sostenendo i compagni, pena la certezza di uno sfondamento e di una meta subita.


Alla fine dell'anno un bambino grande e grosso che per molte partite riusciva a sfondare da solo e a fare meta, ha iniziato a girarsi, aveva troppi avversari addosso. A quel punto passando la palla spesso serviva un compagno che faceva meta e lui a fine partita veniva a dirmi: “Hai visto quante mete ho fatto fare!” conclude l'intervista P. A 7 anni direi che è una bella conquista.

martedì

Il campione e il disabile: compagni di "schiavitù" da super allenamento.


Paola, autrice del sito www.okdisabili.it, racconta perché faccia sport, delle frustrazioni che lo sport non-adattato genera a un disabile e rivela una curiosa analogia.
 
Faccio sport perché sento molto il mio corpo, non posso evitarlo: mi impedisce di fare le cose normali in modo normale. Questa sentenza si presenta ai miei occhi in tutti movimenti e contesti che vivo: tu non lo puoi fare. Quanto meno non lo puoi fare come ti dicono gli altri. E quindi? Quale soluzione possiamo adottare? In una situazione così il plurale è fuori luogo: questa è una realtà che va spesso a braccetto con la solitudine. Bisogna capire, anche senza supporti esterni qualificati, qual è il sistema per svolgere una data attività, il più adatto alle proprie ridotte capacità. Gli “Altri” spesso non capiscono. Non vogliono o non riescono a cambiare i metodi e l’approccio all’insegnamento, quando lo sportivo è anche disabile. Nella mia esperienza, l’adattamento è sempre stato mio al mondo normale e non viceversa. Correndo e sentendomi perennemente in ritardo o in panchina.

Ho ricostruito il mio corpo in anni di fisioterapia e ho forzato la sua indole, facendogli superare i suoi limiti.

Questo non è uno dei principi dello sport? Oltre al piacere dello sforzo e alla sensazione di liberazione da sé che dà il gesto fisico portato al limite? Un disabile conosce molto bene il concetto di limite. Anche il principio che per vivere si debba andare - o almeno provare ad andare - oltre i propri limiti è sempre stato un presupposto all’integrazione con la società di normodotati.

Questo è il mio vissuto: nella mia esperienza di disabile non ho mai incontrato la realtà dello sport adattato. Ho una emiparesi sinistra che mi permette di adattarmi parzialmente allo sport dei normodotati: nessuno mai si è adattato a me.

Praticare sport insieme ai normali ha rappresentato per me una sfida: la voglia di andare oltre ai miei limiti. Nessuno mai mi ha detto dell’esistenza di un mondo sportivo per disabili. Non volevo riconoscere neanche che il mondo al ritmo dei normali non mi potesse appartenere. Se non sostenendo la fatica necessaria per cogliere l’illusione di poter fare le cose come gli “Altri”. Il mio obiettivo era non essere disabile, rinnegare la mia disabilità. In quest’ottica lo sport rappresentava il campo migliore di espressione di tale rifiuto. Poiché quello meno indicato. Come disabile motorio le attività per le quali bisogna usare solo il cervello mi avrebbero permesso di partire alla pari con gli “Altri”. Lo sport, però, rappresentava anche l’alternativa cool alla fisioterapia: dopo quattordici anni di sedute quasi quotidiane, diventata adolescente, capii che dovevo abbandonare la realtà medica per affrontare il mondo reale, unendo le due linee parallele rappresentate una dalla vita da malata (ruolo che si recita quando si è disabile nella fase di adattamento all’handicap) e l’altra dalla vita da normale (scuola, amici di famiglia, contesto sociale intorno a me). Così, iniziai con lo sport.

Lo sport è così diventato una piacevole obbligo necessario per non perdere le funzionalità acquisite in anni di sacrifici. Ho sempre vissuto il mio corpo come se fosse un’auto d’epoca molto delicata che, se tirata a lucido, può diventare competitiva, ma se viene trascurata non si muove e basta. È una cura simile a quella che hanno gli atleti per il proprio corpo. Gli estremi si toccano: il super dotato atleticamente e il disabile devono fare i conti con aspettative rispetto alla loro prestazione che sono al limite se non oltre le loro possibilità.

Qualcuno mi ha mai dato un volantino del Comitato Paralimpico? No! Qualcuno mi ha mai consigliato di iniziare in un contesto sportivo con altri disabili? No! Ecco, se io dovessi dire cosa vorrei fare per migliorare il mondo dei disabili è proprio quello di diffondere questo messaggio: ci sono persone che ti aspettano e capiscono che il tuo massimo è diverso da quello degli altri. Senza commiserazione e con la voglia di farti migliorare perché è importante che ogni disabile sappia che il suo mondo parallelo non è un mondo di second’ordine, ma solo un altro mondo nel quale c’è piena legittimità di esprimere tutte le sfaccettature emotive legate al corpo. La vittoria ha un sapore solo: non è speciale perché viene vissuta in un contesto per disabili.

La disabilità nello sport è espressa semplicemente nel concetto di limite. Tutti gli atleti ne hanno uno e non riuscire a dare il meglio di sé frustra un atleta disabile come uno normale. L’uguaglianza può essere raggiunta dando legittimità oggettiva alla prestazione atletica di entrambi. Non raggiungere lo stesso risultato perché in possesso di uno strumento con dotazioni diverse – il corpo – non riduce il valore del pilota, dell’atleta che si trova a dover utilizzare un corpo che può ottenere prestazioni inferiori, nonostante l’allenamento che sostiene e la determinazione che ci mette. Un po’ come un pilota che corre per una scuderia con dei mezzi inferiori agli altri. Il pilota può cambiare la moto, un disabile può mettersi la protesi più performante possibile, ma non lo farà mai “eguagliare” le prestazioni degli “Altri”.


giovedì

Cosa deve chiedere un allenatore ai suoi ragazzi: suggerimenti dal basket


Durante l'intervista Maurizio, allenatore di basket e minibasket del Basket Melzo, mi cita un dato interessante: "Ho osservato di recente la percentuale di presenze di ragazze e ragazzi della società (squadre tra gli 11 e i 18 anni) agli allenamenti, abbiamo più del 90%. Se i ragazzi vengono con questa continuità vuol dire che in palestra innanzi tutto stanno bene".

Ci mettiamo a discutere sul perché di questo "stare bene" in allenamento, diffuso tra le varie squadre maschili e femminili di varie età.

"Per quanto mi riguarda io dedico del tempo a ognuno di loro e uso modalità diverse a seconda dei soggetti. C'è quello a cui devi saltare in testa perché altrimenti non ti sta ad ascoltare, c'è quello che se gli stai troppo addosso si irrigidisce. Qualcuno, passato ad altri allenatori e poi uscito dal giro del basket, rincontrato ad anni di distanza mi ha detto che con gli altri non trovava stimoli perché non lo correggevano mai.
Io in allenamento dico sempre che non devono aver paura di sbagliare, anzi che devono sbagliare altrimenti non impareranno mai un movimento o un gesto nuovo".

L'allenamento è il luogo del rischio, il rischio della figuraccia e della frustrazione, che però in allenamento sono più tollerabili, perché non ti fanno perdere la partita ma soprattutto perché c'è l'allenatore che dà un senso ai tuoi tentativi, che ti spiega la direzione verso cui orientare i tuoi sforzi (per esempio nel basket come alzare la parabola del tiro) e sottolinea quando ti stai avvicinando ad una buona esecuzione, che non è per forza una ed unica. Certo che se l'allenatore per qualsiasi motivo non c'è, il senso di quegli sforzi si perde per strada e con quello anche la motivazione.

"Io poi ho lasciato del tutto gli schemi. Qualche anno fa ho conosciuto un allenatore croato (o serbo?) che durante un corso per allenatori minibasket della federazione è venuto a portare la sua esperienza. Sono rimasto colpito dalla semplicità dei loro allenamenti e dalla totale assenza di schemi. Il rischio con gli schemi, parlo delle giovanili, è che si concentrino sul movimento assegnato e perdano la situazione che si verifica sul campo...
...Noi facciamo due allenamenti alla settimana, preferisco imparino poche cose ma bene.
All'inizio perdiamo parecchie partite, ma a lungo termine vedo crescere giocatori completi."

Presenza attiva, semplicità e tempi lunghi...sembrano buoni riferimenti per un allenatore per avere gli allenamenti affollati e per far crescere i propri atleti. Certo, bisogna avere come obiettivo quello di far crescere i propri ragazzi, cosa che non sempre è la priorità delle società.

lunedì

Paura di sbagliare, desiderio di gloria e gioco di squadra

Ho iniziato a fare le interviste che serviranno da base per il libro sugli allenatori-educatori e rileggendole ho notato alcuni concetti che sembrano non andare d'accordo.

Nella pallavolo, per esempio, lo sport in cui la "palla scotta" perché non può mai cadere per terra, i bambini alle prime armi tendono a buttare la palla di là dalla rete il prima possibile, per lo più già con la ricezione. Perché? Così non possono essere accusati di aver fatto perdere il punto alla squadra.

Nel calcio, in cui lo scopo è far entrare la palla nella porta avversaria i "pulcini" prendono palla e cercano di far gol da soli, così da gloriarsi davanti a compagni, allenatore ma soprattutto genitori del successo ottenuto.

Si può anche dire che il giocatore di volley che butta di là la palla lo faccia per cercare la gloria del punto, così come il piccolo calciatore, che punta in avanti, tenga la palla lontana dalla propria porta e quindi dal terrore di un gol subito.

Gli allenatori devono allora insegnare soprattutto a superare queste emozioni-tendenze istintive che per motivi opposti portano all'individualismo e quindi alla negazione dello sport di squadra.
Cosa facile? Tutt'altro, perché oltre alle paure e desideri dei ragazzi ci sono quelli delle famiglie che vengono a vedere le partite e gridano tutta la loro paura di perdere e desiderio di vincere, subito e senza troppi esperimenti.

Ecco allora una dote che l'allenatore deve avere o costruirsi: difendere il tempo necessario a creare una squadra e a fare gioco di squadra. Paura di sbagliare e desiderio di gloria rapida, altrimenti, ti fanno giocare da solo.