
E
come fanno a tirare i giocatori con grave disabilità motoria,
costretti in carrozzina e aventi scarso uso delle braccia? Loro
entrano in gioco soltanto se la palla rimbalza nell'area laterale, a
quel punto l'azione si ferma e il numero 1 tenta la realizzazione nel
canestro basso, a 1 metro d'altezza, utilizzando una pallina piccola.
Troppo
complicato? "Niente affatto" mi spiega Alexy Valet,
francese, docente ed esperto di attività fisiche applicate, allenatore e promotore di
baskin (che sta per basket inclusivo) per la società
Gioissa-oratorio S.Carlo di Rho, Milano. "I ragazzi della
scuola media dove propongo i laboratori nel giro di un'ora sono in
grado di giocarci".
"Ma
non è considerato disonorevole dai ragazzi indossare una maglia con
numeri bassi?"
"L'allenatore
deve fare un buon lavoro preparatorio" continua Alexy, "si
tratta di riconoscere abilità e assegnare vincoli. In realtà il
rischio è anche che chi è più completo spinga per avere ruoli
inferiori in modo da poter andare a canestro più facilmente. E'
un'operazione di responsabilizzazione...".
Sembra
di veder messe sul campo le categorie di fragilità e vulnerabilità,
i numeri 1 incarnano la prima, i 5 si sottopongono alla seconda.
E'
forte la sorpresa davanti a un giocatore con grave disabilità che
decide la partita con un canestro a pochi secondi dalla fine, ma
questa è proprio la meraviglia di questo sport.
Il
baskin nasce a Cremona nel 2001-2, nella scuola media Virgilio,
inventato da un professore di educazione fisica e da un padre di una
ragazzina con importante disabilità motoria. Si sta diffondendo su
tutto il territorio italiano, tanto che nel 2013 è stato realizzato
il primo campionato nazionale. "Alcune squadre stanno nascendo
anche all'estero, in Francia, in Grecia, in Spagna e in Polonia."
"Si
può crescere di livello (imparando meglio i fondamentali per
esempio) e passare ad un ruolo più alto, così come scendere a ruoli
inferiori in seguito ad infortuni o incidenti." L'abilità
fisica e mentale negli uomini non è mai uno stato definitivo, il
baskin codifica queste variazioni e le identifica in un ruolo.
La
cosa più sorprendente è questa: l'unico sport che riesce a far
giocare insieme persone, ovviamente anche di genere diverso, con
differenti capacità di gioco, lo fa partendo da un atto
discriminatorio. Le regole non sono uguali per tutti ma tutti lo
sanno da subito e proprio questo permette di presidiare il principio
dell'inclusione, che non diventa assistenza caritatevole del più
forte verso il più debole perché ognuno nel suo ruolo può dare il
massimo, ci pensano le regole a generare una competizione vera.
L'unicità
del baskin, poi, è già finita, sostiene Alexy. La strada per gli
sport di integrazione è aperta, si tratta di lavorare (e altre proposte sono già nate) con la creatività per far nascere nuovi
regolamenti, varianti del calcio, del volley e di chissà quali altre discipline.
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