giovedì

COME SI OTTIENE LA CONCENTRAZIONE NELLO SPORT?


Quanto lo dicono gli allenatori ai propri atleti prima e durante la gara-partita "rimanete concentrati"? In continuazione. Evidentemente quindi, se c'è bisogno di sollecitazioni continue, non è semplice mantenerla, la concentrazione. Di fatto avere un alto livello di attenzione nello sport significa superare tutta una serie di ostacoli che distraggono la nostra mente e ci impediscono di stare nel contesto e di fare i movimenti giusti. Ma concentrato significa centrato sul contesto o centrato su se stesso?
Partiamo dal primo significato ed osserviamolo nella situazione gara.
Il contesto è quello che mette insieme i limiti del campo, le regole del gioco, gli spostamenti della palla, se c'è una palla, i movimenti degli avversari e quelli dei nostri compagni di squadra, se si tratta di uno sport di gruppo, e le indicazioni dell'allenatore. Tanta complessità, tutta da tenere sotto controllo in tempi stretti, ci vorrebbe la super-vista di superman o il senso di ragno di spider-man per fare bene, oppure un processore ultra rapido che elabori i dati e ci indichi la scelta migliore.
 In attesa di questi super poteri nei giocatori/atleti, e rigettando le super sostanze, piuttosto che caricare di richieste la mente si può iniziare a ridurre gli elementi di complessità,  per esempio riducendo gli stimoli da parte dell'allenatore e dei compagni: un diluvio di raccomandazioni e di indicazioni tattiche e tecniche durante la partita (anche in quella di allenamento) non aiutano certo a star concentrati, se un giocatore non tiene una posizione corretta in campo non è durante la partita che impara a farlo. Si suggerisce una volta, se funziona bene, poi basta. L'intervallo, ma soprattutto il dopo partita, si prestano invece bene per questa attività e l'allenatore necessita della forza e della pazienza per ritagliarsi quei momenti, a gambe calde ma con la testa sgombra, così da concentrarsi entrambi su quei movimenti e poter insegnare e imparare, rendere sicuri i giocatori dei propri mezzi, qualunque essi siano, e quindi anche dei propri limiti, ricevere dei rimandi da parte loro: anche per queste cose ci vuole concentrazione e non solo da parte dell'atleta.

Alla complessità del contesto si aggiungono poi gli ostacoli emotivi alla concentrazione: l'ansia da prestazione e il senso di inadeguatezza, il timore del giudizio di compagni, allenatori e genitori, malumori e incomprensioni pregresse all'interno della squadra, l'aggressività intimidatoria dell'avversario o il suo mancato rispetto delle regole non sanzionato dall'arbitro e infine uno stato di forma precario. Penso serva poco, per rispondere alla domanda iniziale su cosa concentrarsi, fermarsi su questi ostacoli interiori e quindi ripiegarsi su se stessi per tenerli a bada. E' utile piuttosto, sia che si tratti di sport di squadra che individuali, condividere queste difficoltà con il gruppo e cercare in esso sostegno, sdrammatizzandole o trovando conferme/disconferme nei compagni e nell'allenatore. Certo ci vuole un lavoro di costruzione di legami di fiducia fatto a priori, ed ecco che entra in gioco la pratica fatta in allenamento o a fine partita di cui si parlava prima. Il lavoro sulla concentrazione in partita, di fatto, si prepara in allenamento e non è tanto basato sulla preparazione della testa quanto, oltre che sulla preparazione tecnico-atletica, sulla costruzione delle relazioni tra compagni e tra atleti ed allenatore in modo che se qualche ostacolo ad una buona attenzione si affaccia nei "momenti caldi" si sappia di poterne parlare con qualcuno ed in tal modo prenderne le distanze. Sono queste abilità relazionali, a mio avviso e adottando una prospettiva pedagogica, che permettono di acquisire convinzione e forza mentale.

Infine è importante anche il resto del gruppo, quello costituito non solo dagli atleti ma anche da chi li accompagna e da chi li organizza: "stai concentrato" è infatti una raccomandazione da rivolgere prima di tutto agli adulti perché abbiano coscienza del proprio ruolo e anche degli ostacoli da rimuovere perché i ragazzi si concentrino. "Ricordati che sei sugli spalti e quindi fai lo spettatore!".

Per concludere l'ultimo elemento, quello meno visibile, quello che per primo ci dimentichiamo ma che può diventare al contrario il primo alleato: il nostro corpo. Sì perché alla fine tutto questo sforzo di concentrazione-attenzione che la mente dovrebbe fare per stare sul pezzo, il corpo lo fa in automatico, perché ha memoria delle movenze più efficaci, meno dispendiose e più semplici da mettere in pratica e le applica in modo istintivo. Sul campo, in  pista o in acqua durante una gara, la mente deve mettersi al servizio del corpo, o dei corpi se si tratta di una squadra, e lasciare il più possibile spazio all'istinto e alla naturalezza dei movimenti perché sono quelli più efficienti. (vd La corsa primitiva è la più efficiente). 
Ci sono vari racconti di campioni dello sport, il grande Pele' su tutti, che parlano dello stato di trance in cui venivano a trovarsi durante una partita e del loro muoversi perdendo contatto da tutto ciò che non fosse il setting sportivo, vale a dire quella rete di regole, persone e movimenti che nominavo all'inizio, ma con estrema naturalezza, istintivita', fisicità, tanto da diventare un tutt'uno con il campo, la palla e gli altri compagni/avversari. Di "peak experience", esperienze apicali, scrive splendide pagine Giovanni Boniolo in Le regole e il sudore nonché il sito www.bodythinking.com. In quella penso si trovi la vetta della concentrazione e guarda caso coincide quasi con il perdere coscienza di sé.

Gruppo e corpo come mattoni della concentrazione. E per garantire questi elementi fondamentali un continuo lavoro su vari livelli, dagli atleti, agli allenatori e a tutto il contorno. Sembra un paradosso che per divertirsi ci si debba impegnare così tanto eppure mai come in questi casi valgono le massime  "per educare un bambino ci vuole un intero villaggio" e "per essere veramente maestro la tecnica va separata così che l'appreso diventi "un'arte inappresa" e sorga dall'inconscio".

mercoledì

PERCHÉ CORRI?

Avete presente Forrest Gump interpretato da Tom Hanks che attraversa l'America in lungo e in largo di corsa, barba e capelli lunghi da profeta, codazzo di seguaci dietro, e frotte di giornalisti che gli chiedono per quale causa lo stia facendo, ricevendo per risposta un semplice "avevo voglia di correre"? 

Mi sono posto questa domanda anch'io pochi giorni fa al termine di una corsa su di un sentiero in mezzo al bosco che spesso mi concedeva sguardi sul mare e sulle altre colline. La risposta mi sembrava semplice: mi stavo concedendo un'evasione dalla città, ero in mezzo alla natura e godevo della sua bellezza, sollecitavo piacevolmente vista, olfatto e udito. Però correvo, mica camminavo e tanto meno mi fermavo a contemplare i panorami. Ero pure dolorante ad un ginocchio, come spesso mi capita quando non corro da molto tempo, sapevo che non potevo rallentare perché altrimenti avrei fatto tardi per un appuntamento successivo e in più piovigginava.
Chi me lo faceva fare? Non avevo nessuna mezza maratona, corsa di massa, cross delle montagne da preparare, neppure esigenze particolari di linea, sì forse un po' di colesterolo da abbassare ma insomma non era quella la molla.

Più ci penso e più mi convinco che la mia motivazione a correre affondi le radici proprio nel campo delle sofferenze più che in quello delle gioie. Mi spiego meglio perché non sono certo masochista né sono convinto che il sacrificio prolungato fortifichi il corpo e lo spirito. Tutt'altro. Se sono in crisi solitamente mi fermo o rallento fino a non soffrire più, soprattutto ora che ho superato i quaranta.  Piuttosto si tratta della presa di contatto, mai così evidente e totale, con il mio corpo, questo compagno di strada che tanto spesso scompare dalla mia quotidianità, asservito com'è all'attività mentale. Quando corro siamo io e lui, la cosa a cui penso sono il respiro più o meno affannoso, le sensazioni di calore dovute allo sforzo, gli scricchiolii del mio ginocchio, le vibrazioni che subiscono i miei piedi nel contatto con il terreno sconnesso. "Finalmente ti ritrovo vecchio mio, è un po' che non ci incontriamo vero? Ok, ok adesso è meglio rallentare, certo questa salita ci mette alla prova, ecco però che in piano va decisamente meglio...sì certo mi sono accorto del ginocchio, proviamo a resistere ancora un po', forse migliora, direi che adesso è stabile, ecco direi che adesso stiamo piuttosto bene possiamo procedere così...i gomiti sono un po' intorpiditi meglio allungare le braccia ogni tanto...ecco se non guardo avanti, piegando la schiena, riesco ad assorbire le piccole buche del terreno".

Il contesto, indubbiamente piacevole, passa in secondo piano, è utile soprattutto per restare tranquilli e prestare attenzione proprio al corpo. Di fatto anche correre con qualcun altro è fuorviante, tanto più se si corre parlando e tornando con la mente alla giornata appena trascorsa.
Il concetto che a mio avviso più rappresenta questo rinnovato incontro è quello di vacanza, inteso come assenza. L'assenza della mente dal posto di comando. Per una volta tocca a lei mettersi al servizio del suo parente povero. Curioso che per fare questo ribaltamento-vacanza si debba affaticare il proprio corpo, ma evidentemente è uno dei pochi sistemi che abbiamo a disposizione, o forse meglio, che conosciamo nella nostra cultura.

Ma non è stato sempre così. Per me correre e allenarmi, da giovane praticante di atletica leggera, equivaleva a sopportare la sofferenza di macinare chilometri nell'obiettivo di migliorare i miei tempi o comunque la mia resistenza alla fatica. Punto. Avevo in mente una sola cosa mentre correvo: "resisti, resisti, resisti che poi finisce".
Era questione che avevo dei risultati da raggiungere, delle gare a cui partecipare, degli avversari o dei compagni di squadra da superare? Forse, ma soprattutto non conoscevo il mio corpo, né volevo conoscerlo, non pensavo che fosse utile starlo ad ascoltare, pensavo di doverlo forzare, obbligare a fare quello che avevo in testa. L'idea che potessi arrivare a quei risultati insieme a lui non mi sfiorava nemmeno, il corpo era piuttosto un fardello che mi impediva di arrivare a certi obiettivi e che doveva trasformarsi in qualcosa di utile al più presto. E se poi qualche risultato arrivava era merito della mia forza di volontà e della mia capacità di perfezionarmi.

Penso sia una delle conquiste più importanti della mia maturità questo incontro, ogni volta che avviene. Conquista a cui sicuramente hanno contribuito altre discipline come lo yoga e la difesa relazionale. Come dice Pennac nel suo splendido Storia di un corpo "...ogni volta che il mio corpo si è manifestato alla mia mente, mi ha trovato con la penna in mano, attento alla sorpresa del giorno". Io mi limito a goderne quando corro.

lunedì

DI CHI E' LA LEADERSHIP DI UNA SQUADRA?



In uno spezzone del film Affrontando i giganti, proiettato durante una recente formazione per allenatori condotta dal sottoscritto e da Christian Sarno, si vede un coach di una squadra giovanile di football alle prese con la mancanza di motivazione della squadra. L'allenatore decide di prendere da parte il giocatore più carismatico, reo di aver mostrato poca convinzione in vista della sfida con la capoclassifica, e gli chiede di avanzare a carponi, con un compagno sulle spalle, fino a metà campo.

“Prometti di darmi il tuo meglio?” gli chiede il coach, “Si va bene” risponde ancora poco convinto il ragazzo. “Però dovrai farlo bendato, così non mollerai quando potrai andare più lontano”. Risultato: in un crescendo di esortazioni e grida dell'allenatore (nonché musicale) il ragazzo non solo supera la metà ma arriva addirittura in fondo al campo, con tutti i compagni in piedi a guardare stupiti. Commento dell'allenatore all'atleta vittorioso ma stremato dalla fatica: “Broke, Dio ti ha donato questa straordinaria capacità di leadership, non la sprecare, se accetti tu per primo la sconfitta lo stesso faranno gli altri. Posso contare su di te?” a cui segue un cenno di assenso del giocatore sfinito.

Dopo la proiezione gli allenatori del corso si lasciano andare a commenti di consenso entusiastico alla modalità scelta dal coach, e in effetti il film fa di tutto per far condividere allo spettatore la convinzione e la carica che si vedono in scena.
Perché però la modalità di questo allenatore, così carismatico, mi lascia tanto perplesso?
La questione è quella della leadership, come dice il coach rivolgendosi al suo pupillo mostrandogli le responsabilità che questa comporta. Ma di cosa gli sta parlando? Del suo talento o del suo carisma nei confronti del gruppo? Probabilmente di entrambe le cose, visto che sceglie di fargli fare un esercizio molto difficile davanti alla squadra intera.
Allora penso sia una bella fregatura essere leader, fai più fatica degli altri e in più se fallisci,  cosa tutt'altro che improbabile, sei responsabile di aver dato un messaggio negativo alla squadra. Mi sembra il modo migliore per far fuori un giocatore talentuoso e carismatico. Dopo di che,  con questa logica, sotto un altro capace di prendersi le responsabilità del leader. Che poi, per come è posta la questione, sono quelle di tutta la squadra. Forse bisogna iniziare a usare i giusti nomi e chiamare questo tipo di leader parafulmine e l'operazione fatta dell'allenatore che lo grava di questi carichi un classico scaricabarile.

Sì perché se c'è qualcuno a cui spettano le responsabilità della squadra, non quelle di tutti i singoli ma della squadra nel suo insieme, è proprio l'allenatore. E non soltanto per ciò che riguarda il gioco di squadra e la tattica, ma soprattutto per ciò che ha a che fare con il crescere insieme, che è forse l'aspetto più ostico per un gruppo, soprattutto quando i valori sono eterogenei.  Crescere tecnicamente, atleticamente ed emotivamente. Una squadra, soprattutto di adolescenti e giovani come quella del film, è una miniera di capacità tecniche, forza fisica e sentimenti,  si tratta di estrarre  queste risorse da alcuni giocatori e metterle a disposizione di altri. I leader però, a differenza del film, sono tanti  e soprattutto non sono soltanto i talentuosi e i carismatici!
E’ praticamente impossibile che un giocatore non abbia qualcosa da mettere a disposizione della squadra per farla crescere. Sei leader ogni volta che hai delle qualità e le mostri ai tuoi compagni perché possano imparare qualcosa da quelle. Sta all'allenatore, a patto che sia disposto a riconoscere la propria responsabilità, individuare cosa ogni giocatore può offrire e far emergere le leadership diffuse.
La leadership dell’allenatore è legata al suo ruolo di maestro di tecnica, fisicità ed emotività, le tre dimensioni fondamentali dello sport, e lo strumento pedagogico più forte che ha a disposizione è proprio l’osservazione e la messa in circolo delle competenze del gruppo. Nello sport si insegna mostrando e facendo, oppure facendo e mostrando, per farlo bisogna saper osservare con attenzione i ragazzi in azione e inventare attività ad hoc. Modalità molto pratiche e molto fisiche, altro che lavagne e pistolotti motivazionali.
Alla fin fine l’allenatore del film non andava poi così male, se solo non avesse messo tutta quell’enfasi sulla questione della leadership di quell’atleta caricandolo di responsabilità esagerate, era un allenatore che faceva e mostrava.
Come mi diceva una madre alla fine del percorso formativo cui accennavo sopra che coinvolgeva anche i genitori: “E’ facile allenare i ragazzi già forti, il bravo allenatore è quello che fa migliorare anche i più scarsi”. Aggiungo io: "e che non logora i più bravi".

martedì

Lo sguardo e l'attesa del pallavolista

Il fatto che nella pallavolo non ci sia contatto fisico ti spinge a cercare altri sistemi per condizionare l’avversario”. Anche perché lui è costretto ad osservarti!

Paolo allena squadre giovanili da vent'anni e gioca a volley da quaranta, sempre a Genova. E' arrivato anche alla serie B, come allenatore, e comunque è sempre stato a livelli agonistici in cui il risultato era importante, “anche se non ho mai avuto l'ossessione di vincere”. Ha studiato filosofia “mettendoci dentro un sacco di esami di psicologia e pedagogia”, come vedremo dopo probabilmente non è un caso. La chiacchierata-intervista con lui mi fa scoprire nuovi aspetti della pallavolo, nonostante non sia la prima volta che parliamo di questo sport sul blog. Di questo gli sono grato.

Ricezione, alzata, schiacciata: sono tre i tocchi concessi ad una squadra di pallavolo. Il fatto è che mentre i giocatori li effettuano gli avversari sono obbligati ad osservarli, separati da quel muro invalicabile che è la rete, in attesa del loro attacco. Chi sta in difesa aspetta, osserva e si predispone, ma non può intervenire finché l’attacco non è finito, consapevole che potrebbe anche non entrare in azione se l’attacco si conclude con la palla per terra.
Non è finita qui, perché quando la palla è gestita dai propri compagni si ha a disposizione un solo tocco ma a volte quello non viene neppure effettuto, visto che in tre tocchi si deve esaurire l'azione di una squadra composta da sei elementi, e quindi, a parte il palleggiatore, c'è un'alta probabilità che l'azione non coinvolga un giocatore.
Insomma se ti va male il tuo turno non arriva mai e in più ti tocca ammirare gli avversari nelle loro evoluzioni!
Non c'è dubbio, la pallavolo ti impone l'attesa, un momento in cui si cerca di capire le intenzioni dell'avversario osservando le sue mosse, ma anche di percepire gli spostamenti dei propri compagni, sapendo che la propria disposizione influenza le scelte di attacco dell'avversario. Non ci si tocca ma ci si guarda in continuazione, il contatto è mediato dalla palla e su di essa si sfogano infatti tutte le energie mentali e fisiche trattenute e accumulate mentre si aspetta.
Sia ben chiaro, si tratta di attese di pochi secondi, il volley è sport frenetico. Peraltro anche tutti gli altri sport di squadra prevedono questa fase per chi sta in difesa o per chi non gestisce la palla. In nessuno però come nella pallavolo (giusto il tchoukball vi assomiglia) l'attesa è obbligata, definita e ripetuta. Prima attacchi tu, poi attacco io, per mille volte.
Data la frequenza, altissima, dell'alternanza tra le fasi di attacco e difesa, consegue che in una partita ci sono innumerevoli momenti di attesa per entrare in azione, a cui si alternano innumerevoli momenti in cui si entra in azione, per forza. Insomma nonostante le lunghe attese non si sta mai tranquilli!

Guardare, aspettare, intuire, ogni tanto colpire, contatti brevi e solo con la palla: dire che la pallavolo è fatta di testa e di nervi è dire poco, siamo al confine con il voyeurismo se vogliamo vederla con altre categorie!
In termini educativi, per quanto poi valgano queste considerazioni che vanno sempre tarate su singoli gruppi, allenatori e società, è uno sport che stimola molto sul piano dell'autocontrollo e dell'attenzione, oltre alla più comunemente citata sollecitazione alla collaborazione e interdipendenza. Mettiamola così, nel volley si collabora molto controllandosi e osservandosi molto.
Questo poi vuol dire, come mi rimarca Paolo, che essendo molto interdipendenti, se ci sono problemi personali tra compagni emergono immediatamente. “Succede soprattutto nelle squadre femminili, i maschi se hanno dei problemi li esternano subito”.
Vogliamo anche dire, quindi, che la pallavolo aiuti a far uscire i problemi interpersonali?
Mah, ci vorrebbero altre conferme, però è un'ipotesi.


Un'ultima nota: le somiglianze tra partite di pallavolo e pièce teatrali. A partire dalle dimensioni del campo-palco, per proseguire con la divisione dei ruoli nei gruppi, continuando con l'assegnazione delle posizioni (la turnazione del volley e la distribuzione sul palco) e finendo con l'importanza fondamentale dello sguardo sui personaggi-giocatori in scena e sui loro movimenti. Di registi-allenatori ce n'è due, uno per squadra, mentre il corrispettivo dell'arbitro è probabilmente il tecnico di scena.
Il copione non è scritto, ma vi assomigliano molto gli schemi di attacco che vengono ripetuti in allenamento e messi in atto in partita. Il pubblico c'è e partecipa all'evento dando un importante contributo, applaude o fischia a seconda della bravura degli interpreti, ma anche, e questa è una differenza, se la propria squadra vince o perde. Il tifo a teatro non esiste (o quasi).
E' un parallelo che si può fare con altri sport? E' probabile, soprattutto con quelli in palestra. Però le attese e le responsabilità del pallavolista assomigliano molto a quelle dell'attore teatrale ed entrambi sono ingranaggi fondamentali di una macchina collettiva in cui ogni pezzo deve essere sempre in funzione, perché si è tutti in scena!

giovedì

BASKIN: LA DISCRIMINAZIONE CHE INTEGRA


Cosa succede se le abilità tecniche e atletiche di un giocatore di basket vengono codificate? Del tipo che a un giocatore completo viene affidata la maglia col ruolo 5 e a chi ha una grave disabilità quella con il ruolo 1? Dimmi quanto sei bravo e ti darò un ruolo, anzi prima (io allenatore) ti vedo all'opera e poi ti assegno il numero che indica le tue... possibilità. Non si era detto abilità? Nel baskin le due cose non vanno di pari passo. Chi ha buone abilità fisico-tecniche avrà, per contro, più impedimenti per andare a segno, gli toccherà il canestro a 3 metri di altezza e tutti gli altri ruoli potranno contrastarlo, mentre lui potrà contrastare solo il suo pari ruolo. Niente a che vedere con chi ha ruolo 3, possiede minori capacità e proprio per questo può andare al tiro sul canestro posto sul lato lungo, quello a 2 metri di altezza, come su quello posto sul lato corto (a 3). Per quanto riguarda l'opposizione il ruolo 3 può farla ai 3, 4 e 5, mentre solo i ruoli 3 e 2 possono contrastarlo. Insomma, le regole sono fatte apposta per creare un equilibrio tra le fatiche dei giocatori, chi ne fa meno sul piano psico-fisico si ritrova a farne di più su quello del gioco.

E come fanno a tirare i giocatori con grave disabilità motoria, costretti in carrozzina e aventi scarso uso delle braccia? Loro entrano in gioco soltanto se la palla rimbalza nell'area laterale, a quel punto l'azione si ferma e il numero 1 tenta la realizzazione nel canestro basso, a 1 metro d'altezza, utilizzando una pallina piccola.



Troppo complicato? "Niente affatto" mi spiega Alexy Valet, francese, docente ed esperto di attività fisiche applicate, allenatore e promotore di baskin (che sta per basket inclusivo) per la società Gioissa-oratorio S.Carlo di Rho, Milano. "I ragazzi della scuola media dove propongo i laboratori nel giro di un'ora sono in grado di giocarci".
"Ma non è considerato disonorevole dai ragazzi indossare una maglia con numeri bassi?"
"L'allenatore deve fare un buon lavoro preparatorio" continua Alexy, "si tratta di riconoscere abilità e assegnare vincoli. In realtà il rischio è anche che chi è più completo spinga per avere ruoli inferiori in modo da poter andare a canestro più facilmente. E' un'operazione di responsabilizzazione...".
Sembra di veder messe sul campo le categorie di fragilità e vulnerabilità, i numeri 1 incarnano la prima, i 5 si sottopongono alla seconda.

E' forte la sorpresa davanti a un giocatore con grave disabilità che decide la partita con un canestro a pochi secondi dalla fine, ma questa è proprio la meraviglia di questo sport.
Il baskin nasce a Cremona nel 2001-2, nella scuola media Virgilio, inventato da un professore di educazione fisica e da un padre di una ragazzina con importante disabilità motoria. Si sta diffondendo su tutto il territorio italiano, tanto che nel 2013 è stato realizzato il primo campionato nazionale. "Alcune squadre stanno nascendo anche all'estero, in Francia, in Grecia, in Spagna e in Polonia."

"Si può crescere di livello (imparando meglio i fondamentali per esempio) e passare ad un ruolo più alto, così come scendere a ruoli inferiori in seguito ad infortuni o incidenti." L'abilità fisica e mentale negli uomini non è mai uno stato definitivo, il baskin codifica queste variazioni e le identifica in un ruolo.
La cosa più sorprendente è questa: l'unico sport che riesce a far giocare insieme persone, ovviamente anche di genere diverso, con differenti capacità di gioco, lo fa partendo da un atto discriminatorio. Le regole non sono uguali per tutti ma tutti lo sanno da subito e proprio questo permette di presidiare il principio dell'inclusione, che non diventa assistenza caritatevole del più forte verso il più debole perché ognuno nel suo ruolo può dare il massimo, ci pensano le regole a generare una competizione vera.

L'unicità del baskin, poi, è già finita, sostiene Alexy. La strada per gli sport di integrazione è aperta, si tratta di lavorare (e altre proposte sono già nate) con la creatività per far nascere nuovi regolamenti, varianti del calcio, del volley e di chissà quali altre discipline.

IL TCHOUKBALL E' LO SPORT EDUCATIVO PER ECCELLENZA?


Quella del titolo è una domanda eterna, nel senso che molti degli sport moderni sono nati con finalità dichiaratamente educative, unite a quelle di divertimento dei protagonisti. Educare giocando, un principio pedagogico che ha radicamento lontano nel tempo, di sicuro già nell'antica Grecia, e che nell'ultimo secolo e mezzo ha fatto nascere nei college inglesi e americani sport come il rugby, il football, il volley e il basket. E allora la questione diventa: c'è uno sport "che fa crescere meglio i ragazzi, che li educa meglio"?

Iniziamo intanto a dire che cos'è questo sport che nel nome evoca le enoteche ma che invece richiede grande lucidità e dinamismo. Assomiglia alla palla mano, perché si gioca con le mani e bisogna centrare una porta. No assomiglia di più alla pallavolo perché la palla non può mai toccar terra e non si possono fare più di tre passaggi. In realtà c'è qualcosa del tennis, dal momento che bisogna mettere in difficoltà l'avversario, utilizzando il rimbalzo della palla nel campo, e non si entra mai in contatto lui. Anzi meglio ancora, ci sono somiglianze con lo squash, dato che è previsto il rimbalzo contro una superficie (la rete elastica della porta) e non esiste la territorialità (si può attaccare in una qualunque delle due porte).


Stiamo parlando del tchoukball, sport introdotto in Italia sul finire degli anni '90 da Chiara Volonté, insegnante di educazione fisica di Saronno (intervistata dal blog), ma inventato in Svizzera, più di 4o anni fa (http://it.wikipedia.org/wiki/Tchoukball ; http://www.youtchouk.com/) dal dottor Brandt, fisioterapista specializzato nel trattamento degli infortuni di atleti del volley o della pallamano col preciso intento di limitarne il numero. Evidentemente voleva cambiare mestiere, probabilmente aveva in mente alcuni obiettivi educativi da raggiungere. 
Ma quali? Perché in questo sport sono così importanti la Carta etica, e i principi del fairplay e del bel gioco, e riescono a tradursi in pratica nel gioco, a differenza di altre discipline sportive? L'assenza di contrasto riduce l'aggressività fisica verso gli avversari? E' probabile, in questo come nella pallavolo, nel tennis e ancora di più nello squash, come detto sopra. In più c'è l'assenza di territorialità, come peraltro nello squash, per cui non c'è un baluardo da difendere a tutti i costi, o meglio, non è sempre lo stesso e a volte diventa quello dell'avversario e anche questo contribuisce a far calare l'aggressività.

Può bastare? Non credo...

Eccola qua la sua peculiarità: due squadre che si muovono liberamente su di un campo grande come uno da basket, che si sfiorano in continuazione perché corrono dietro alla palla e verso una porta (una, non si sa quale), facendo grande attenzione a non ostacolarsi. Quindi grande attenzione ai corpi degli avversari ma non per bloccarli bensì per evitarli, sia per evitare il fallo, che per capire dove andranno ad attaccare e intuire dove andrà a finire il rimbalzo della palla conseguente al loro tiro. Il principio è: "A me interessa intercettare il tuo tiro dopo il rimbalzo, non impedirtelo!"

E' uno sport di attenzione, precisione e tensione nervosa, la mediazione del rimbalzo contro la rete annulla la conflittualità fisica con l'avversario (le espulsioni sono in pratica inesistenti) e le occasioni di sofferenza per gli impatti tra corpi. Ci si tocca poco, ci osserva molto, soprattutto con la coda dell'occhio e la vista periferica.



La forza educativa del tchoukball allora non sta tanto nelle sue regole, a mio avviso, ma nel modo in cui sono state sfruttate le potenzialità di queste regole. Per esempio l'assenza del contrasto permette di far giocar insieme atleti con capacità fisiche diverse. Ragion per cui maschi e femmine fanno sempre squadra mista, la quota rosa è obbligatoria in tutti i campionati europei (unico sport, che mi risulti), se non hai ragazze in squadra giochi con uno in meno. Chi ha una disabilità psichica spesso riesce a giocare insiema a chi non ce l'ha, mentre alcuni tentativi sono stati fatti per fare partite in cui i disabili fisici (in carrozzina), in determinati ruoli (a centrocampo), giocano a fianco dei non disabili.


Poi c'è la questione della CARTA ETICA, che risponde al principio "le attività motorie sportive non servono per creare campioni ma cittadini migliori", da cui conseguono corollari come "non si gioca contro ma si gioca con l'avversario", "il bel gioco richiama il bel gioco", e pratiche quali l'auto denuncia (come peraltro in altri sport) di un tocco a proprio discapito, di fronte alle quali il pubblico acclama il giocatore. L'esempio poi viene citato da chi allena i ragazzi, soprattutto se l'episodio avviene in una fase calda della partita.

E infine, come nel rugby, esiste anche nel tchoukball un tempo, il quarto, in cui si mangia e beve assieme.

Sport di collaborazione e di attenzione, di velocità e di prontezza, ma soprattutto un mondo che è cresciuto attorno a questo sport, cioè federazioni, allenatori, società e famiglie, che hanno valorizzato le potenzialità di questo gioco nella direzione dell'integrazione e del fairplay. Mica male per uno sport da ciuk. Riuscirà a conservarsi così se dovesse diventare un business? Lo scopriremo col tempo, i presupposti ora sono buoni.

venerdì

Mi dicono: "c'entra poco la pedagogia con la politica"

Schema articolo mese di marzo
Introduzione e immagine

Ogni mese il gruppo Facebook  "Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti" (link del gruppo)  propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto. Una volta raccolti, quest'ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici. (link del sito)

 Il tema del mese di febbraio: pedagogia e politica 

"La cura della polis attraverso le pratiche di accudimento sociali. Una dimensione politica dell'educazione che esiste, anche se il termine politica, oggi si confonde troppo spesso con "partito" e può spaventare. Politica ed educazione, invece: due facce della stessa medaglia. Perché se le pratiche educative non diventano cura dei territori e costruzioni di reti di significati sociali, l'educazione perde in partenza la sua sfida. Un'educazione che non ha bisogno dell'aggettivo "civica" per essere sostanziata. Perché educare è già un atto civico. L'educazione tras-forma l'umanità in cittadinanza".

Un tema che va oltre le classiche figure educative e che contempla chi nella società cresce, vive e in questa vede un'occasione da lasciare come eredità alle nuove generazioni.

Inoltre, Snodi Pedagogici, tiene a precisare che il percorso dei blogging day non è casuale, ma facente parte di un progetto culturale più ampio. Quest'ultimo si sta lentamente concretizzando e appena avremo alcune conferme ne daremo l'annuncio, chiedendo a chi ha partecipato fin dal primo se è d'accordo a prendervi parte.
Buona lettura.

#PEDAGOGIAEPOLITICA – Titolo del contributo, nome autore.

Articolo

Foto e piccola bio dell’autore, possibilmente con un link di riferimento (al suo blog, a facebook o twitter).

Tutti i contributi su #pedagogiaepolitica verranno raccolti qui. (link dal sito di snodi)
 I blog che partecipano:

Il Piccolo Doge
 Ponti e Derive
 La Bottega della Pedagogista
 Allenareducare
 Nessi Pedagogici
 E di Educazione
 Bivio Pedagogico
 InDialogo
 Labirinti Pedagogici
 Trafantasiapensieroazione

Inviato anche per mailOgni mese il gruppo Facebook "Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti" (link del gruppo) propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto. Una volta raccolti, quest'ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici http://snodipedagogici.wix.com/onweb

Il tema del mese di marzo: pedagogia e politica
"La cura della polis attraverso le pratiche di accudimento sociali. Una dimensione politica dell'educazione che esiste, anche se il termine politica, oggi si confonde troppo spesso con "partito" e può spaventare. Politica ed educazione, invece: due facce della stessa medaglia. Perché se le pratiche educative non diventano cura dei territori e costruzioni di reti di significati sociali, l'educazione perde in partenza la sua sfida. Un'educazione che non ha bisogno dell'aggettivo "civica" per essere sostanziata. Perché educare è già un atto civico. L'educazione tras-forma l'umanità in cittadinanza".
Un tema che va oltre le classiche figure educative e che contempla chi nella società cresce, vive e in questa vede un'occasione da lasciare come eredità alle nuove generazioni.
Inoltre, Snodi Pedagogici, tiene a precisare che il percorso dei blogging day non è casuale, ma facente parte di un progetto culturale più ampio. Quest'ultimo si sta lentamente concretizzando e appena avremo alcune conferme ne daremo l'annuncio, chiedendo a chi ha partecipato fin dal primo se è d'accordo a prendervi parte.
Buona lettura.
 
‪#‎PEDAGOGIAEPOLITICA‬Mi dicono: "c'entra poco la pedagogia con la politica , di Monica Lina D'Alessandro
 
Qualche giorno fa ho chiesto ad un collega se se la sentiva di scrivere qualcosa riguardo alla pedagogia e alla politica per partecipare al nostro “blogging day”. Dopo aver voluto sapere a riguardo, mi sorride un po' dubbioso e mi dice “c'entra un po' poco la pedagogia con la politica o per lo meno poco dovrebbe entrarci”.
Ci ho pensato e dopo qualche giorno sto provando a esprimere quanto quella frase mi ha provocato; e provo a farlo senza giudizio, elencando solo ricordi e ponendo magari qualche domanda. Non ve la voglio fare lunga, ma si sono mischiate le esperienze più recenti con quelle più lontane nel tempo; il denominatore comune, come gli interventi politici potessero o no far “resistere o morire” alcuni progetti educativi. Insomma quanto le risorse, amministrate dalla polis e da chi questa governa, possano determinare e coinvolgere o “sconvolgere” la vita, i bisogni e le aspettative di chi ne usufruisce.

Ho pensato a quando recentemente mi sono trovata a sentire la fatica del “poter e dover riuscire” nella gestione educativa di un servizio per la prima infanzia, pensare in termini pedagogici con la famiglia, quanto sia importante il tempo passato con i più piccoli e di come questo tempo debba essere ritagliato dai più grandi, a volte con qualche sacrifico; insomma se l'orario dell'asilo nido è stato stabilito dal regolamento comunale, da tempo, che termina alle 18, perché io genitore ho la necessità “quasi imprescindibile” di chiedere un prolungamento d'orario al fine di “stare tranquillo, poiché così mio figlio o mia figlia, sta con la solita persona e non “viene sballottato da nonni, parenti, etc, nella fortunata ipotesi in cui siano presenti”? Se poi davvero questo accade...perché un educatore, in qualunque servizio lavori non può stare lì 12 ore...e io, comune, attraverso chi gestisce l'asilo prolungo l'orario, c'è la flessibilità oraria del lavoratore, da entrambe le parti mi viene da suggerire, dunque la soluzione si trova. E perdonate, un po' “in barba” al lavoro di accompagnamento educativo sui tempi e la cura famigliare; tanto poi propongo laboratori al sabato mattina tra genitori e figli...

Ricordo un'esperienza forte dal punto di vista del coinvolgimento progettuale; in un piccolo paese del varesotto, in cui ho lavorato anni fa, era sorta una “ludoteca”; uno spazio per il gioco e l'aggregazione. Eravamo in tre a lavorare lì, suddivise in turni e spazi differenti e al nostro fianco alcuni volontari capaci e ingegnosi. A sostegno un'amministrazione che ogni anno stringeva i denti e cercava il modo di non “mollare” quel servizio, convinta di quanto fosse “prevenzione”. Una resistenza che ho scoperto esserci ancora, dopo oltre otto anni da quando me ne andai per trasferirmi altrove...e ancora nelle mani di un'amministrazione che non ha né delegato, né chiuso quanto aveva iniziato. Ora la ludoteca è più grande in un unico stabile insieme alla biblioteca comunale. E a fare da educatrice/animatrice una delle bambine che venivano a giocare.

E quando termina il tempo da dedicare a una terapia in corso, quando i 20 incontri con lo psicoterapeuta sono finiti, io famiglia cosa scelgo di fare? Passo ad un altro servizio(e chissà quanta lista d'attesa devo prevedere perché si attivi al più presto) e così per i prossimi venti incontri o, decido che sacrifico qualcosa in termini economici e continuo la terapia di mio figlio, magari con meno incontri, ma con lo stesso terapeuta con cui ha instaurato un rapporto di fiducia? Perché forse dopo i venti incontri si “è guariti”? Questo mi suggerisce l'intervento “legislativo” ed economico della polis...potrei anche rischiare, e non proseguire “la cura” e chissà, oltre al disagio, è possibile o no, che ritorni sulla comunità, in qualche modo, questa “prassi” mancata...magari sotto forma di comunità di recupero o carcere. Chissà...

Niente giudizi ripeto, solo domande. Mi piacerebbe un maggior dialogo tra le parti questo si, e del resto è auspicabile e doveroso ricercarlo per il benessere pubblico.

Quietword

Sono maggiorenne nell’ambito dell’esperienza come educatore(anzi forse anche ventenne, considerati i lavori “stagionali” durante l’Università). Ho avuto l’occasione e anche la voglia di sperimentare più ambiti, dalla disabilità, al disagio giovanile, alla progettazione con e per gli anziani fino a giungere ai bambini e alle bambine dell’asilo nido…questo credo sia il mio “nido” professionale preferito.
Ma, intorno ad esso mi piace offrire l’esperienza genitoriale mia e la professionalità acquisita durante la mia formazione, molto legata alla conoscenza emotiva e al dialogo, sia ai genitori sia agli educatori.
Principalmente resta questo il mio obiettivo grande; poter formare e fare in modo che questa formazione diventi motivo di “discussione e interrogativi” in chi la affronta con me. Monica D'Alessandro @mokidale
http://trafantasiapensieroazione.wordpress.com/




Tutti i contributi su #pedagogiaepolitica verranno raccolti qui. http://snodipedagogici.wix.com/onweb
I blog che partecipano:
Il Piccolo Doge                     Ponti e Derive         La Bottega della Pedagogista      Allenareducare                            Nessi Pedagogici               E di Educazione             BivioPedagogico                 InDialogo                 LabirintiPedagogici Trafantasiapensieroazione