Se lo dicono Vialli e Lippi possiamo crederci. Chissà come sono riusciti loro a digerire la cultura del "furbetto" sportivo...Vialli e i furbetti delle giovanili del calcio
mercoledì
Vialli e i furbetti nelle giovanili del calcio
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giovedì
Se gioco solo per vincere finisce che ho molta paura di perdere
"Se gioco solo per vincere finisce che ho molta paura di perdere. Così, o mi passa la voglia di giocare, oppure giocherò inibito dall'ansia di perdere."
P.Trabucchi
Il contributo di un autorevole psicologo dello sport sempre a proposito di ansie da gara:
Se giochi solo per vincere finisce che hai molta paura di perdere
P.Trabucchi
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lunedì
SI PUO' BATTERE LA PAURA DELLE GARE?
Da qualche giorno sto pensando a cosa abbia dato lo sport a me, intendo dire la disciplina sportiva, quella fatta di allenamenti ripetuti, di gare e di un allenatore, non il gioco con amici, la corsa individuale o la nuotata in piscina. Visto che scrivo un blog su queste cose colgo l'occasione per riprendermi questo pezzo della mia storia, chissà se qualcun altro ci si ritroverà o trarrà spunti per rivedere la propria.
Devo dire che sono sempre stato per la seconda tipologia del fare sport, quella più estemporanea, amicale, ludica, un po' anarchica. Anche quando praticavo nuoto (per 7-8 anni) o atletica (per 5-6 anni) sognavo i momenti liberi al termine dell'allenamento e soprattutto, odiavo le gare. O forse le amavo
Una gara, che fosse di corsa o una partita di un torneo di calcio scolastico o parrocchiale, mi creava tali subbuglio e agitazione da non dormire la notte prima se non quelle precedenti. Ciò nonostante le facevo e le volevo fare, senza che peraltro nessuno me le imponesse, né l'allenatore né tanto meno i miei genitori. La gara indubbiamente mi affascinava e mi terrorizzava allo stesso tempo.
Perché? Sognavo incredibili imprese sportive, partite di calcio in cui facevo cose spettacolari e mi coprivo di gloria ma quando il fatidico momento si avvicinava la paura saliva alle stelle. La gara era la prova, se vogliamo usare un termine pedagogico, il momento ufficiale e formale in cui le regole erano più rigide e non si scherzava più. L'ho già scritto in questo blog, penso che le sfide siano importanti occasioni di crescita proprio perché sono i momenti in cui tutti si impegnano molto e quindi il livello emotivo-tecnico è più alto. Allo stesso tempo non sono la lotta per la vita e la morte e per sostenere la tensione bisogna saper relativizzare l'enfasi delle sfide. In fin dei conti persa una sfida ce n'è subito un'altra in cui ci si può risollevare e anche all'interno della stessa gara ci può riprendere dopo una brutta partenza.
Proprio perché sono momenti importanti, vanno tutelati per far sì che chi vi partecipa, soprattutto le prime volte, non si bruci. Penso sia importante che un allenatore, o comunque un genitore, abbia presente questi fattori per spronare alla competizione la sua squadra, o il figlio, e allo stesso tempo tutelarli.
Su questo non credo di essere mai stato aiutato nel modo giusto, lo dico obiettivamente e senza nessun rimpianto. Voglio dire, la strategia che mi è stata proposta in famiglia è sempre stata: "Non ti preoccupare, comunque vada la tua gara non è una cosa così importante", quando per me invece era tremendamente importante!! (per me poi la cosa importante non era tanto vincere quanto fare una figura dignitosa).
Non è riducendo l'importanza dell'esito di una competizione che se ne sdrammatizza la portata emotiva. Anzi. E' più utile invece, a mio parere e in un'ottica pedagogica, cercare di individuare tutti gli obiettivi che si possono raggiungere in una gara, oltre all'esito della propria prestazione individuale: sempre a livello individuale c'è anche la gestione tattica dell'avversario, la comprensione del livello di affaticamento del proprio corpo, la corretta esecuzione tecnica dei movimenti, lo sforzo di essere imprevedibili...In una squadra poi c'è l'attenzione alla coralità degli spostamenti, il sostegno ai compagni in difficoltà, la ricerca di una rapida intesa.
Insomma la sfida è innanzi tutto il momento in cui si impara, più in fretta e in maggior misura che al solito, anche a vincere, ma non quello in cui per forza si vince. E' il momento in cui si cresce non quello del giudizio.
Devo dire che sono sempre stato per la seconda tipologia del fare sport, quella più estemporanea, amicale, ludica, un po' anarchica. Anche quando praticavo nuoto (per 7-8 anni) o atletica (per 5-6 anni) sognavo i momenti liberi al termine dell'allenamento e soprattutto, odiavo le gare. O forse le amavo
Una gara, che fosse di corsa o una partita di un torneo di calcio scolastico o parrocchiale, mi creava tali subbuglio e agitazione da non dormire la notte prima se non quelle precedenti. Ciò nonostante le facevo e le volevo fare, senza che peraltro nessuno me le imponesse, né l'allenatore né tanto meno i miei genitori. La gara indubbiamente mi affascinava e mi terrorizzava allo stesso tempo.
Perché? Sognavo incredibili imprese sportive, partite di calcio in cui facevo cose spettacolari e mi coprivo di gloria ma quando il fatidico momento si avvicinava la paura saliva alle stelle. La gara era la prova, se vogliamo usare un termine pedagogico, il momento ufficiale e formale in cui le regole erano più rigide e non si scherzava più. L'ho già scritto in questo blog, penso che le sfide siano importanti occasioni di crescita proprio perché sono i momenti in cui tutti si impegnano molto e quindi il livello emotivo-tecnico è più alto. Allo stesso tempo non sono la lotta per la vita e la morte e per sostenere la tensione bisogna saper relativizzare l'enfasi delle sfide. In fin dei conti persa una sfida ce n'è subito un'altra in cui ci si può risollevare e anche all'interno della stessa gara ci può riprendere dopo una brutta partenza.Proprio perché sono momenti importanti, vanno tutelati per far sì che chi vi partecipa, soprattutto le prime volte, non si bruci. Penso sia importante che un allenatore, o comunque un genitore, abbia presente questi fattori per spronare alla competizione la sua squadra, o il figlio, e allo stesso tempo tutelarli.
Su questo non credo di essere mai stato aiutato nel modo giusto, lo dico obiettivamente e senza nessun rimpianto. Voglio dire, la strategia che mi è stata proposta in famiglia è sempre stata: "Non ti preoccupare, comunque vada la tua gara non è una cosa così importante", quando per me invece era tremendamente importante!! (per me poi la cosa importante non era tanto vincere quanto fare una figura dignitosa).
Non è riducendo l'importanza dell'esito di una competizione che se ne sdrammatizza la portata emotiva. Anzi. E' più utile invece, a mio parere e in un'ottica pedagogica, cercare di individuare tutti gli obiettivi che si possono raggiungere in una gara, oltre all'esito della propria prestazione individuale: sempre a livello individuale c'è anche la gestione tattica dell'avversario, la comprensione del livello di affaticamento del proprio corpo, la corretta esecuzione tecnica dei movimenti, lo sforzo di essere imprevedibili...In una squadra poi c'è l'attenzione alla coralità degli spostamenti, il sostegno ai compagni in difficoltà, la ricerca di una rapida intesa.
Insomma la sfida è innanzi tutto il momento in cui si impara, più in fretta e in maggior misura che al solito, anche a vincere, ma non quello in cui per forza si vince. E' il momento in cui si cresce non quello del giudizio.
venerdì
Pist-doping
Per continuare la riflessione sullo sport guardato segnalo questo post di Igor Salomone e la relativa discussione: E io che c'entro? da Cronache pedagogiche
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FUGA DAL TIFO
Bentornati dopo la pausa estiva!
Ci sono alcuni considerazioni sport-educative che ho fatto durante le vacanze che voglio provare a mettere su questi pixel... vediamo se riesco a ricostruire le cose che ho pensato.
Ho seguito a sprazzi, soprattutto quando i bimbi erano a nanna la sera oppure alla radio, le olimpiadi, anche nelle specialità più sconosciute. Le ho seguite principalmente perché tifavo per qualche atleta italiano, ho visto ben poco delle gare in cui non avevamo speranze di medaglia (e comunque la Rai seguiva quasi solo gli azzurri).
Penso che assistere allo spettacolo sportivo solo come tifosi, quindi con la sola idea di vincere insieme al "proprio" rappresentante, sia alla lunga un'esperienza logorante, anche se si vince spesso. Penso che il tifo debba evolvere, almeno un po', verso il gusto per il bello e sganciarsi un po' dall'esito della competizione. Penso anche che non sia affatto facile, che sia molto più facile e immediato tifare e aggrapparsi all'adrenalina che il rischio di perdere o la gioia di vincere ti può dare. Tifare è faticoso, genera ansie, suscita emozioni simili a quelle del gioco d'azzardo. Il romanzo di Nick Hornby "Febbre a 90' ", che è di fatto il racconto autobiografico della passione dello scrittore per l'Arsenal, rappresenti splendidamente la dipendenza dal tifo per la propria squadra.
Assistere a uno spettacolo sportivo può lasciarti qualcosa di diverso dalla febbre adrenalinica, penso, soltanto se prendi un po' le distanze dalle vicende della competizione e inizi a cogliere i movimenti collettivi, gli sforzi per migliorarsi o risollevarsi, la generosità, la collaborazione, il fair-play, le tecniche. E' un modo più attivo e più ricco di fare gli spettatori, non necessariamente è più pesante, di sicuro è più rilassante.
Ci sono alcuni considerazioni sport-educative che ho fatto durante le vacanze che voglio provare a mettere su questi pixel... vediamo se riesco a ricostruire le cose che ho pensato.
Ho seguito a sprazzi, soprattutto quando i bimbi erano a nanna la sera oppure alla radio, le olimpiadi, anche nelle specialità più sconosciute. Le ho seguite principalmente perché tifavo per qualche atleta italiano, ho visto ben poco delle gare in cui non avevamo speranze di medaglia (e comunque la Rai seguiva quasi solo gli azzurri).
Quindi grazie al tifo ho scoperto o riscoperto il taekwondo, la ginnastica ritmica e artistica, la canoa fluviale, la scherma, il tiro a segno e altre discipline ancora. Quando tifi per una squadra o un atleta, non stai molto attento allo sviluppo tecnico del gesto sportivo, soprattutto quando non conosci lo sport, stai attento al fatto che il "tuo" o la "tua" guadagnino punti, prendano voti, avanzino in classifica, speri che vincano o che vadano a medaglie, partecipi alla sua competizione, gareggi con lui, giochi con lei.
Guardare o ascoltare la prestazione sportiva di qualcuno è un gioco, un divertimento, un'emozione. Di per sé non trasmette nulla di valoriale, di positivo o negativo, è più semplice che guardare un film, la storia consiste in qualcuno che vince e qualcuno che perde, finito lì. Ci si può appassionare però all'altalenanza del punteggio, alla rimonta di qualcuno, in alcuni casi alla bellezza di alcuni gesti.
Penso che assistere allo spettacolo sportivo solo come tifosi, quindi con la sola idea di vincere insieme al "proprio" rappresentante, sia alla lunga un'esperienza logorante, anche se si vince spesso. Penso che il tifo debba evolvere, almeno un po', verso il gusto per il bello e sganciarsi un po' dall'esito della competizione. Penso anche che non sia affatto facile, che sia molto più facile e immediato tifare e aggrapparsi all'adrenalina che il rischio di perdere o la gioia di vincere ti può dare. Tifare è faticoso, genera ansie, suscita emozioni simili a quelle del gioco d'azzardo. Il romanzo di Nick Hornby "Febbre a 90' ", che è di fatto il racconto autobiografico della passione dello scrittore per l'Arsenal, rappresenti splendidamente la dipendenza dal tifo per la propria squadra.
Il tifo ci dice qualcosa di uno sport, ci avvicina a uno sport, ci mette in contatto con quel micromondo che quella pratica si porta dietro come cultura? Credo proprio di no, e lo dico consapevole ed esperto delle mie fasi da tifoso, soprattutto in passato ma talvolta anche di questi tempi.
Assistere a uno spettacolo sportivo può lasciarti qualcosa di diverso dalla febbre adrenalinica, penso, soltanto se prendi un po' le distanze dalle vicende della competizione e inizi a cogliere i movimenti collettivi, gli sforzi per migliorarsi o risollevarsi, la generosità, la collaborazione, il fair-play, le tecniche. E' un modo più attivo e più ricco di fare gli spettatori, non necessariamente è più pesante, di sicuro è più rilassante.
Guardare in questo modo alle gare è una cosa che si impara. Non è una cosa così semplice, per cui penso che sia importante anche insegnare questo modo di guardare ai bambini e ai ragazzi, se non altro perché non vedano soltanto la possibilità di tifare e sappiano alternare questi due tipi di sguardi.
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giovedì
UN PO' PIU' ABILI A SCIARE
Matteo ha 18 anni, è uno studente che si impegna nel giornalismo sportivo studentesco e ha seguito per due giorni un progetto di avvicinamento allo sci per portatori di disabilità dell'associazione Freerider. Il suo articolo ci apre una finestra su sport, disabilità e volontariato, e anche sul giocare con i primi limiti con il sorriso.

Quando
si racconta di sport non si cerca solo di raccontare il singolo
evento, ma anche di trasmettere le emozioni provate durante la
manifestazione. Raccontare una manifestazione è già un impegno
importante se ci si può immedesimare negli atleti, raccontare una
manifestazione per disabili potrebbe diventare un’impresa anche a
causa delle difficoltà di immedesimazione fisica. Ma proprio per
questo è importante regalare, perché penso che ogni racconto sia un
dono, qualche riga su un progetto portato avanti dall’associazione
Freerider. Ormai in tanti si riempiono la bocca di “buone parole”
e si ergono a difensori dei valori dello sport, ma nella realtà non
sono molte le persone che si impegnano per fare in modo che questi
valori vengano espressi nella quotidianità.
L’associazioni
Freerider da dieci anni a questa parte regala a ragazzi disabili di
tutta Italia, grazie a uno ski tour nelle maggiori sedi sciistiche
italiane, la possibilità di cimentarsi con lo sci da seduti. Lo
sport per disabili per me è stata un’avventura nuova ed
emozionante, perché mi ha permesso di guardare in modo diverso lo
sport e le gare. In una gara l’unico interesse è il risultato,
l’atleta che conquista la medaglia, nel caso degli sport singoli, o
la squadra vincitrice, negli sport di squadra, vengono toccati in
quanto protagonisti delle gesta che rendono magica la competizione,
ma non vengono considerati se non come atleti.

Il
progetto “Primi 10” mi ha permesso di rimanere 24 ore su
24 a contatto con i ragazzi che, a parte poche eccezioni, iniziavano
a confrontarsi con lo sci. Questa vicinanza con gli atleti, oltre a
concedermi l’opportunità di sentire i giudizi a caldo da parte dei
novelli atleti dopo le prime lezioni, ha permesso che si instaurasse
un rapporto positivo con tutti i ragazzi che mi hanno dimostrato,
dandomi una lezione di vita, come, anche nelle maggiori difficoltà,
se lo si vuole davvero c’è sempre una via di uscita per ogni
problema.
La tre giorni sulle ultime nevi di Bormio è stata, quindi, una festa per tutti, merito soprattutto del team Freerider e dei due dimostranti seduti, Pietro e Paolo, che hanno insegnato ai ragazzi.
Il segno caratteristico è stato il sorriso, mai fuggito dalle facce di tutti i presenti, atleti e accompagnatori, grazie anche alla simpatia di Carlo, atleta “esperto” tra i partecipanti, che con la sua parlantina non ha fatto mancare le risate, anche sulle piste con cadute spettacolari. Nonostante le cadute frequenti, soprattutto nei primi giorni, si sono molto ben distinti Marco, Luca e Ilaria.
Ma come spesso accade non tutti sono portati per un determinato sport e così la nuotatrice Angelica rinuncia alle ultime lezioni evidenziando come lo sci da seduti sia troppo faticoso a causa della durezza del “guscio”, la sedia con un sci sulla quale sciano i disabili aiutandosi con due bacchette-sci, che impedisce i movimenti del busto. Angelica parlando degli sport provati ha detto anche: “Lo sci non mi piace! Anche a canottaggio ho faticato, ma almeno quello mi è piaciuto.”
Un altro atleta che ha gettato la spugna prima di terminare i tre giorni delle lezioni è stato il cestita Ludovico che dopo varie cadute ha deciso di risparmiarsi per le partite di wheelchairbasket, sport giocato con Luca.
Nonostante la tre giorni non si sia conclusa con nessuna gara e nessun vincitore, siamo tornati a casa tutti vincitori! Perché i ragazzi hanno conosciuto la possibilità di sciare nonostante la disabilità e potersi rendere autonomi anche tra le nevi e noi, accompagnatori non familiari, studenti liceali e universitari, arrivati come volontari da Varese, abbiamo visto come la vita va avanti davanti a tutto e dopo ogni caduta ci si può rialzare più forti di prima.
In conclusione mi sento in dovere di ringraziare Giulio Broggini, Nicola Busata, Paolo Panzarasa, Fabrizio Tamborini, Davide Fumagalli, detto “Tomba”, componenti del team Freerider, insieme ai due dimostratori sitting/maestri, all’ASL di Varese, al Centro Addestramento Alpino di Moena e all’associazione Sestero, nella figura di Roberto Bof, che ha permesso a me e ad un altro studente fotografo di incontrare e conoscere un mondo a noi sconosciuto e vivere un’esperienza formante e straordinaria sulle nevi di Bormio.
Un grazie in ultimo, ma non per importanza, va a tutti gli atleti e i loro accompagnatori, che hanno reso questi tre giorni un po’ più magici.
La tre giorni sulle ultime nevi di Bormio è stata, quindi, una festa per tutti, merito soprattutto del team Freerider e dei due dimostranti seduti, Pietro e Paolo, che hanno insegnato ai ragazzi.
Il segno caratteristico è stato il sorriso, mai fuggito dalle facce di tutti i presenti, atleti e accompagnatori, grazie anche alla simpatia di Carlo, atleta “esperto” tra i partecipanti, che con la sua parlantina non ha fatto mancare le risate, anche sulle piste con cadute spettacolari. Nonostante le cadute frequenti, soprattutto nei primi giorni, si sono molto ben distinti Marco, Luca e Ilaria.
Ma come spesso accade non tutti sono portati per un determinato sport e così la nuotatrice Angelica rinuncia alle ultime lezioni evidenziando come lo sci da seduti sia troppo faticoso a causa della durezza del “guscio”, la sedia con un sci sulla quale sciano i disabili aiutandosi con due bacchette-sci, che impedisce i movimenti del busto. Angelica parlando degli sport provati ha detto anche: “Lo sci non mi piace! Anche a canottaggio ho faticato, ma almeno quello mi è piaciuto.”
Un altro atleta che ha gettato la spugna prima di terminare i tre giorni delle lezioni è stato il cestita Ludovico che dopo varie cadute ha deciso di risparmiarsi per le partite di wheelchairbasket, sport giocato con Luca.
Nonostante la tre giorni non si sia conclusa con nessuna gara e nessun vincitore, siamo tornati a casa tutti vincitori! Perché i ragazzi hanno conosciuto la possibilità di sciare nonostante la disabilità e potersi rendere autonomi anche tra le nevi e noi, accompagnatori non familiari, studenti liceali e universitari, arrivati come volontari da Varese, abbiamo visto come la vita va avanti davanti a tutto e dopo ogni caduta ci si può rialzare più forti di prima.
In conclusione mi sento in dovere di ringraziare Giulio Broggini, Nicola Busata, Paolo Panzarasa, Fabrizio Tamborini, Davide Fumagalli, detto “Tomba”, componenti del team Freerider, insieme ai due dimostratori sitting/maestri, all’ASL di Varese, al Centro Addestramento Alpino di Moena e all’associazione Sestero, nella figura di Roberto Bof, che ha permesso a me e ad un altro studente fotografo di incontrare e conoscere un mondo a noi sconosciuto e vivere un’esperienza formante e straordinaria sulle nevi di Bormio.
Un grazie in ultimo, ma non per importanza, va a tutti gli atleti e i loro accompagnatori, che hanno reso questi tre giorni un po’ più magici.
Matteo
Vismara
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Le lacrime degli azzurri e il valore della crisi
Le lacrime degli azzurri VIDEO
"Abbiamo accusato la fatica, eravamo cotti".
La fatica è stata nominata spesso come principale fattore della disfatta azzurrra nella finale dell'europeo contro la Spagna. Per come è andata la partita e per le dimensioni del risultato si può proprio dire che l'Italia è andata in crisi. Il terzo e il quarto gol sono arrivati con i nostri giocatori che sembravano incapaci di tenere il pallone tra i piedi, gli spagnoli erano ovunque e recuperavano palla subito, hanno fatto gol con estrema facilità, potevano farne altri.
Nello sport la crisi è evidente e repentina, è un crollo verticale, gli avversari ti sopravanzano e tu vai in sofferenza. Il tuo corpo non ne può più, desidera soltanto smettere, smettere di correre, di nuotare, di combattere, di stare in gara, di respirare con affanno, di stare attento. Smettere significa uscire dalle regole della competizione, staccare la spina e recuperare le energie, meglio se sotto una doccia.
Chi fa sport fa sempre fatica e prima o poi incontra una crisi quando la fatica diventa troppa.
Per non andare in crisi basterebbe tener sotto controllo la fatica, abbassare il ritmo se si sta correndo o nuotando, mettersi in difesa in un partita di rugby o di calcio o in un match di boxe, fare qualche cambio di giocatori in una sfida di pallavolo o basket. Ma, come dimostra la finale degli europei, non sempre ci si riesce o non sempre è possibile.
Si va in crisi quando si è deboli, poco allenati, quando gli avversari sono troppo forti ma soprattutto quando si pretende troppo dalle proprie forze. Troppo? Di più del solito. Quando si vuole andare oltre i propri limiti con l'ambizione di migliorare.
A pensarci bene la crisi è tutt'altro che una situazione negativa se la si guarda in faccia: è sofferenza, non c'è dubbio, sofferenza fisica e psicologica, ma è anche l'occasione che ci fa testare i nostri limiti. Vista con questa prospettiva diventa un'occasione per capire qual'è il nostro limite attuale e cercare dei modi per andare oltre.
L'Italia dalla partita con la Spagna impara che non può affrontarla sul terreno del possesso palla se non correndo molto e muovendosi in modo corale. Oppure deve inventarsi altri modi di giocare...
Dalla crisi si impara il valore dell'allenamento, della disciplina dell'allenamento, della preparazione regolare. Difficilmente un ciclista prepara giro d'Italia e tour de France nella stessa stagione (a meno che non faccia ricorso a qualche bomba), un nuotatore non fa gli europei al massimo nella stagione delle Olimpiadi, entrambi pianificano i propri allenamenti in un crescendo che lo porti al massimo della forma nel momento cruciale.
Negli sport di squadra da una crisi si può imparare a cambiare impostazione tattica, a sviluppare nuovi aspetti tecnici, a valorizzare nuovi giocatori, a rafforzare la collaborazione nel gruppo.
C'è da chiedersi se si possa crescere di livello senza affrontare qualche crisi. Penso di no, penso che le sconfitte e le crisi insegnino di più, o almeno quanto le vittorie. L'importante è non voler scappare subito da quel dolore, rimanerci un po' a contatto, digerirlo lentamente, capire che lo si può sopportare e poi riassaporare il gusto di ripartire. Nello sport, in fin dei conti, è più facile che nella vita, la posta in gioco non è così alta, probabilmente è più difficile per i professionisti perché per loro lo sport è la vita. La storia di Pantani mi sembra esemplare.
Un allenatore con uno sguardo educativo la crisi la usa, la condivide con la sua squadra, ne parla, la interroga cercando altri punti di vista. Tra l'altro mi sembra l'unica maniera perché la crisi non diventi un incubo, uno spauracchio per il futuro, oppure, se minimizzata, esploda più virulenta a distanza di tempo.
Qualsiasi riferimento a politici-allenatori di calcio è puramente casuale...
Qualsiasi riferimento a politici-allenatori di calcio è puramente casuale...
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